Dario Fo è seduto su una pedana di legno, ripassa con un suo attore un canovaccio su politica e precariato. Scuote la testa. Scoppia in una risata. Attorno non il sipario di un palcoscenico ma le tele di una delle quarantacinque sale di Palazzo Reale che ospitano – fino al 3 giugno – la mostra “Lazzi, sberleffi e dipinti” (la presenza dell’artista è comunicata con anticipo sul blog www.dariofo.it). È la prima che in Italia celebra il Nobel per la Letteratura che si dice «attore dilettante e pittore professionista». Per Fo le due arti si compenetrano: il teatro prende ispirazione dalla pittura, sempre un passo avanti, ma la pittura diventa poi occasione di fare teatro. Così chi era venuto a vedere i quadri si trova a fare cerchio
intorno a Fo e quando un bel gruppo è formato, comincia lo spettacolo, una visita guidata d’eccezione. Dalle morti sul lavoro, agli sbarchi dei migranti, alla politica corrotta, la mostra affronta i temi dell’attualità e vuole «abituare alla democrazia” e “creare insieme al pubblico». Il Maestro indossa scarpe sporche di vernice e bretelle rosse. Una ragazzina stretta nei suoi jeans e zaino in spalla è venuta apposta e si commuove. Non ha torto. I dipinti, che raggiungono anche i cinque metri di altezza, mettono a nudo senza pudore la nostra società, ma la satira e il grottesco non abbandonano uno sguardo umano sulle vittime che, smarrite, urlano dalla tela il silenzio della loro disperazione. Su La Provincia del 18 maggio un’itervista a Dario Fo realizzata da Anna Bernasconi.
c.colmegna
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