BUSTO ARSIZIO Il pallone rotola ma alla fine è un “dritto” che porta con sé una giustizia sommaria anche quando sembra colpire gli incolpevoli. E così quello che è capitato ieri al Varese è il minimo dopo il furto a mano armata nell’ultimo derby allo Speroni, nel 2003: gol di Mussi col tacco al 95’ dopo avere rischiato di prendere l’imbarcata di un tre o quattro a zero. Prima o poi le cose tornano indietro: derby rubato, derby regalato. E i modi sono altrettanto clamorosi e sanguinosi di cinque anni fa: il pareggio il Varese se lo segna da solo grazie a Dos Santos, per un attimo dodicesimo tigrotto, subito dopo che Ebagua aveva mandato sul palo il tiro del 2-0. Un colpo di mano a tutti gli effetti, quello del brasiliano che smanaccia il pallone con un magistrale schiaffo a cinque dita su un innocuo traversone in area senza che ci sia nessun avversario o avvisaglia di pericolo nei paraggi. Il rigore di Ripa è l’unico flebile segnale di vita e il solo tiro in porta (a parte una sventola iniziale di Urbano) dei padroni di casa che hanno perso la partita sul piano della corsa, del gioco, del gruppo e del carattere. Ma non su quello del coraggio con cui l’allenatore Cosco si è aggrappato alla forza della fede, facendo retromarcia e togliendo dal campo il campione
vuoto Urbano per inserire l’inviso Serafini che aveva osato criticare i tifosi, senza prima farsi nemmeno un esamone di coscienza. Crederci anche quando non c’era nulla da fare, con l’accoppiata Zecchin e Carrozza che sembrava portare al guinzaglio le tigri: Cosco ha dentro un tocco di santità, lo si vede da come si agita e parla, ed è grazie ad esso che l’ultima preghiera a volte viene esaudita.Sul campo, di fronte al Varese c’è un abisso da colmare e si dovrà partire dai concetti base come spogliatoio, capacità di sacrificio, altruismo e fiducia come sancito da cori rabbiosi ("onorate la maglia", "almeno un tiro in porta"), ma comunque pieni di vita, usciti dalle bocche fumanti del popolo bustocco prima del colpo di mano finale.Quello biancorosso, che invece si sentirà sotto un treno non capacitandosi di come si possa pareggiare una partita stravinta, deve chiedersi se è giusto fermarsi a crocifiggere Dos Santos, comunque imperdonabile: nel momento delle grandi responsabilità e della verità, ha fallito. Restano le sue lacrime e gli abbracci di tutti i compagni, che sono le stimmate di una grande squadra. Ma ieri è passato un treno e il Varese non ci è salito: ce ne sarà certamente un altro ed è pur vero che sull’ultimo pallone della giornata puoi sempre commettere una sciocchezza, ma solo quando schiacci le partite nel tuo pugno e non sai chiuderle.Andrea Confalonieri
m.lualdi
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