Freerider, una famiglia che cambia le montagne

Abbiamo passato un weekend a Bormio con l’associazione varesina che permette ai disabili di sciare. Quello che segue è il racconto di un’umanità contagiosa, coinvolgente, unica

Il viaggio alla scoperta di Freerider ti obbliga a pagare un solo biglietto: non puoi distrarti. Nemmeno per un secondo. Perché? Perché sarebbe un peccato. Il rischio è quello di perderti una risata, un abbraccio, uno scherzo, uno sguardo di gioia o di serenità che si trasmette da un volto altro, in uno strano contagio che non conosce cura. Se smarrisci il filo ti senti un fesso, perché ben presto capisci che una vita così non la vedi scorrere facilmente lontano da loro e dalle montagne che invadono con la forza di un esercito. Cambiandole, per sempre.

Freerider è una vita verticale che non doveva esserci, per una serie di false declinazioni della parola “impossibile”: «I disabili sono abituati a nascondersi… Quando noi abbiamo iniziato questa attività quelle due o tre scuole che c’erano stavano in posti dimenticati da Dio, nemmeno segnati sulla cartina. Noi invece andiamo a Campiglio, a Canazei, al Sestriere, a Bormio» ti dice Nicola Busata, con ancora qualche residuo grammo di energia verso le 23.30, dopo una giornata passata – come sempre – a dare forza a un sogno: «Domani mattina capirai tutto, vedrai».

Ci fidiamo. Di Freerider conosciamo l’etichetta, ci siamo incuriositi grazie ai racconti del gran ciambellano della diversità Roberto Bof, abbiamo assistito alla presentazione sotto al palco del Miv: siamo arrivati al petto, non ancora al cuore. Quello lo si sente battere solo in una Bormio spelacchiata dall’inizio della primavera, penultima tappa di uno ski tour che ogni anno aggiunge un pezzo di storia alla sua magia, un “carrozzone” che quindici anni fa ha iniziato con pochi monosci incolonnati davanti ad altrettante carrozzine e oggi, invece, arriva a far sciare fino a 20-30 persone alla volta.

La giornata comincia presto, dopo una colazione capace di ricreare la stessa atmosfera della cena della sera prima, fatta di goliardia, cori da stadio, eterogeneità di mondi (c’è lo staff di Freerider, gli amici di Sestero, i poliziotti di Varese e Moena, le famiglie, alcuni sci club del Varesotto, i ragazzi dell’Associazione Spina Bifida Italia, Teleflex e gli altri sponsor…) che si incontrano per non lasciarsi più. Realizzare l’impossibile richiede organizzazione al millimetro, richiama un lavoro che non conosce sosta, rivuole precisione in ogni gesto. Si sale verso i primi impianti con il furgone carico di materiale: spazio preponderante per quegli “ovetti” che sono tarati perfettamente sulle dimensioni fisiche di chi li utilizzerà e costituiscono un miracolo di ingegneria meccanica nel loro connubio con lo sci singolo che hanno sotto la “pancia”. Dove la montagna si apre, il piccolo villaggio della gioia viene allestito in un baleno, con la collaborazione di una famiglia che si allarga sempre di più: dove arriva Freerider c’è sempre chi aspetta Freerider, chi si mette in gioco per Freerider, chi cambia per Freerider. Gli albergatori, i gestori degli impianti, quelli dei rifugi: non è generosità, sarebbe troppo scontato; è voglia di condividere qualcosa di bello. Pasquale Canclini, ingegnere capo degli impianti a Bormio, ha fatto lisciare la pista sulla quale scenderanno i ragazzi come un tavolo da biliardo, allestendo poi sulla terrazza un enorme palco che servirà a contenere la festa: lo ha fatto perché conosce questo gruppo scanzonato e sa che una giornata in sua compagnia ne vale mille.

C’è il “Panza” (Paola Panzarasa) che schizza da un punto all’altro con quel sorriso che è l’unica carta d’identità che presenta, il “Tenca” (Fabrizio Tenconi) che aiuta, abbraccia, poi aiuta e abbraccia di nuovo. C’è il “pres” (Giulio Broggini) che è partito a mezzanotte da Varese per non mancare nonostante tutti gli impegni, c’è “Nick” che sovrintende al tutto con piglio e sicurezza. C’è il Bof che si arrampica sulle piste con l’agilità di uno stambecco per immortalare ogni attimi, ci sono i Doubleface di Gavirate che saranno la colonna sonora quando lo sci farà posto alla baldoria, al Prosecco e alle fette di salame.

Citare tutti i protagonisti di questa nicchia di semplicità felice richiederebbe pagine di compilazione e avrebbe poco senso, così come una gratificazione relativa per gli stessi. Quello che conta per tutti, soprattutto per loro, è ciò che vedi poco dopo, sono i “Ragazzi della Neve”, è quella carovana seduta che lascia solchi sui pendii con un armonia di movimento che prende la disabilità, le fa una pernacchia e la usa per disegnare linee inimmaginabili. Sono i sorrisi di Federico, Sofia, Ettore e chi come loro si gode la libertà. E’ la dolcezza intrisa di orgoglio di Emanuela e di tutte le mamme o i papà come lei.

Guardi in alto, ammirando quell’universo scivolante in cui il confine fra “normo” e “diverso” viene annullato dalla vicinanza, dalla complicità e dall’amicizia, e comprendi per l’ennesima volta che Bormio, per tre giorni non sarà più la stessa. Come del resto anche tu, che ti mangi le mani per ogni secondo che non passerai con loro. Perdendoti così una risata, un abbraccio, uno scherzo, uno sguardo di gioia o di serenità che si trasmette da un volto altro, in uno strano contagio che non conosce cura.

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