Frodi Iva per 450 milioni, sei arresti: blitz della Finanza anche a Varese nell’operazione Hermes

Frodi Iva per 450 milioni, sei arresti: blitz della Finanza anche a Varese nell’operazione Hermes
La Guardia di Finanza ha eseguito sei misure cautelari e sequestrato beni e denaro per circa 11 milioni di euro. Al centro dell’inchiesta una presunta associazione per delinquere transnazionale e una complessa frode carosello nel commercio di prodotti elettronici e informatici. Coinvolte 93 società italiane.

Sei misure cautelari personali e un maxi sequestro di beni e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro. È il bilancio dell’operazione “Hermes”, condotta dalla Guardia di Finanza di Varese nell’ambito di un’indagine su una presunta associazione per delinquere finalizzata a frodi fiscali, con l’aggravante della dimensione transnazionale.

L’inchiesta è stata condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Varese, con la collaborazione del Nucleo Pef di Milano, ed è coordinata dagli uffici di Milano e Palermo della Procura europea (EPPO).

Al centro dell’indagine c’è una presunta frode carosello sull’Iva nel settore della commercializzazione di prodotti elettronici e informatici, sviluppata attraverso una rete di società operanti in diversi Paesi dell’Unione Europea.

Sei misure cautelari

Il gip del Tribunale di Milano ha disposto misure cautelari nei confronti di sei persone.

Due sono state portate in carcere e risultano domiciliate a Roma. Una persona è stata sottoposta agli arresti domiciliari in provincia di Bergamo, mentre per altre tre è stato disposto l’obbligo di dimora nelle province di Salerno e Roma.

Parallelamente è stato eseguito un sequestro preventivo, anche per equivalente, nei confronti di otto indagati e di tre società. Il provvedimento riguarda beni, disponibilità finanziarie e valori fino a un importo complessivo di circa 11 milioni di euro.

Tra le somme sequestrate nella parte italiana dell’operazione figurano anche fondi depositati presso istituti bancari svizzeri.

Fatture false per oltre 450 milioni

I numeri dell’inchiesta restituiscono la dimensione del presunto sistema fraudolento. Per quanto riguarda l’Italia, gli investigatori hanno individuato 93 società che avrebbero avuto un ruolo nell’organizzazione o nelle operazioni commerciali oggetto dell’indagine.

Le imprese risultano operative nelle province di Bergamo, Milano, Roma, Salerno, Como e Brescia.

Il volume complessivo delle fatture considerate false dagli investigatori supererebbe i 450 milioni di euro e si riferirebbe al periodo compreso tra il 2022 e il 2025.

Un’inchiesta che coinvolge otto Paesi europei

L’operazione Hermes non riguarda soltanto l’Italia. L’indagine è infatti parte di un’attività investigativa internazionale coordinata dall’EPPO di Lussemburgo.

Complessivamente sono state eseguite circa 300 perquisizioni in otto Paesi europei, con il coinvolgimento delle autorità di Spagna, Malta, Portogallo, Francia, Austria, Paesi Bassi e Germania, oltre all’Italia.

Le operazioni hanno interessato abitazioni, sedi societarie e uffici di persone fisiche e giuridiche ritenute, a vario titolo, collegate al presunto sistema fraudolento.

L’attività ha coinvolto diversi uffici della Procura europea, tra cui quelli di Madrid, Porto, Milano, Palermo, Parigi, Graz, La Valletta, Bucarest, Rotterdam, Francoforte e Vilnius, con il supporto di Europol e delle forze di polizia e delle agenzie fiscali dei Paesi interessati.

Come funzionava il presunto sistema

Il cuore dell’indagine è rappresentato dalle cosiddette frodi carosello sull’Iva, meccanismi che sfruttano il regime previsto per le operazioni commerciali tra imprese appartenenti a diversi Paesi dell’Unione Europea.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, nel sistema avrebbe avuto un ruolo centrale la cosiddetta “cartiera” o “missing trader”: una società che acquista la merce da un fornitore comunitario senza applicazione dell’Iva e successivamente la rivende a un’impresa italiana applicando invece l’imposta.

Il passaggio decisivo, secondo l’accusa, sarebbe avvenuto quando la società cartiera incassava l’Iva senza poi versarla all’Erario.

Si tratta spesso, spiegano gli investigatori, di società prive di una reale struttura operativa e di dipendenti, intestate a prestanome e destinate a scomparire o cessare l’attività dopo un periodo relativamente breve, per essere sostituite da altre imprese con caratteristiche analoghe.

Le società “filtro”

Il meccanismo può diventare ancora più articolato attraverso l’inserimento nella catena di altre società, definite “filtro” o “buffer”.

Questi soggetti intermedi avrebbero la funzione di rendere più complessa la ricostruzione dei passaggi commerciali e di ostacolare l’individuazione del reale funzionamento della frode e dei suoi beneficiari.

Alla fine della catena si collocano le cosiddette società “broker”, imprese effettivamente operative che acquistano i prodotti con applicazione dell’Iva, maturando così un credito nei confronti dell’Erario.

La merce può quindi essere rivenduta sul mercato italiano a prezzi artificialmente competitivi oppure nuovamente ceduta all’estero, anche verso imprese coinvolte nei passaggi iniziali, facendo ripartire il meccanismo.

Il danno per l’Erario

Il vantaggio del sistema, secondo gli investigatori, deriverebbe proprio dall’Iva riscossa ma non versata allo Stato.

La società cartiera incassa infatti l’imposta sulle vendite successive all’acquisto intracomunitario, ma non la riversa all’Erario. Il mancato versamento consente poi agli altri soggetti della catena di beneficiare di prezzi più bassi o di crediti fiscali, alterando le normali condizioni di mercato.

La Guardia di Finanza sottolinea come il contrasto a questo tipo di frodi rappresenti uno degli obiettivi dell’attività di tutela delle entrate pubbliche e di contrasto alla criminalità economico-finanziaria.

Un fenomeno che, oltre a provocare un danno per le casse dello Stato, può alterare la libera concorrenza, penalizzando le imprese che operano regolarmente e rispettano gli obblighi fiscali.

Resta naturalmente fermo il principio di presunzione di innocenza: le responsabilità delle persone coinvolte dovranno essere accertate in via definitiva nelle successive fasi del procedimento giudiziario.

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