Gay Pride del decennale, in piazza circa mille persone. Ma Varese non si esaurisce sotto una bandiera

Gay Pride del decennale, in piazza circa mille persone. Ma Varese non si esaurisce sotto una bandiera
Musica, ospiti e patrocinio del Comune per la decima edizione della manifestazione. Resta aperto il dibattito sul significato politico dell'evento e sull'idea di pluralismo che propone.

Il centro di Varese si è colorato ancora una volta d’arcobaleno per la decima edizione del Varese Pride. Nonostante il caldo, circa un migliaio di persone hanno preso parte al corteo che, partito da piazza Monte Grappa, ha attraversato le vie del centro tra musica, slogan e momenti di intrattenimento.

Ad aprire la manifestazione sono state l’attrice Debora Villa e la cantante Big Mama, madrine dell’edizione 2026, mentre il lungo serpentone colorato ha animato il pomeriggio cittadino.

Per gli organizzatori, il Pride rappresenta un momento di rivendicazione dei diritti e di affermazione della giustizia sociale. Una lettura che, tuttavia, non è condivisa da tutti. Se infatti il principio del rispetto della dignità di ogni persona costituisce un patrimonio comune, più divisiva appare la pretesa di identificare una specifica piattaforma culturale e politica con l’idea stessa dei diritti e della democrazia.

Nel corso della manifestazione, la presidente di Arcigay Varese Alice Millefanti ha definito il Pride «uno spazio democratico» in cui si rivendica l’uguaglianza dei diritti. Una visione che, secondo i sostenitori dell’evento, esprime apertura e inclusione, ma che i critici giudicano sempre più caratterizzata da contenuti ideologici e da una rappresentazione univoca della società.

Anche quest’anno il Comune di Varese ha concesso il patrocinio alla manifestazione, per il decimo anno consecutivo. L’assessore Rossella Di Maggio ha rivendicato questa scelta come segno di una città democratica e accogliente.

Proprio su questo punto si concentra però una delle principali obiezioni di chi guarda con distacco o contrarietà al Pride. L’idea che la democrazia si misuri dalla presenza di una determinata manifestazione o dall’adesione a una precisa sensibilità culturale viene infatti considerata riduttiva. Varese è una città democratica non perché ospita il Pride, sostengono i critici, ma perché garantisce a tutti la possibilità di esprimersi, anche a chi non si riconosce nella cultura arcobaleno o non condivide alcune delle battaglie promosse dal movimento LGBTQ+.

Dopo dieci edizioni, il Pride rappresenta ormai una realtà consolidata nel panorama cittadino. Ma il pluralismo, ricordano in molti, non consiste nel sostituire un pensiero dominante con un altro, bensì nel riconoscere che una comunità può restare unita pur nella diversità delle convinzioni e delle sensibilità. In una città che appartiene a tutti, nessuna bandiera, neppure quella arcobaleno, può pretendere di rappresentare da sola l’intera comunità.

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