Gra-Ne-Ri: trio d’assi biancorosso Mancano sei gradini al nostro Sole 

VARESE – Gra-Ne-Ri: Granoche-Neto-Rivas, prove di fuoco. Oppure: palle di fuoco sui playoff. La curva fa alzare lo stadio e tutte le forze positive, tutta la magia, scendono come note leggere sul Varese. Sessantotto punti, come l’anno scorso, ma mancano ancora due giornate. L’erba è sempre più verde, il calcio di Masnago sempre più bello. Le stelle sono qui e bussano alla porta: del Bentegodi, della Sampdoria, dei playoff. E tutti scopriranno che esiste anche un’altra squadra, un altro calcio, una strada (un destino) diverso per andare in A.

Una mattina di giugno qualcuno si sveglierà dicendo: puoi anche non avere un euro, bastano due mani pulite. Bastano un po’ di ambizione, un po’ di fiuto, un po’ di scommesse vinte, un po’ di tutto e una botta dal cielo (ma bisogna cercarsela), un po’ d’umiltà e purezza di fondo nel fare le cose. Basta questo per guarire, lanciare o rilanciare giocatori, allenatori, dirigenti, tifosi. Basta una miscela caduta dall’alto ma rimbalzata (costruita) dal basso – ah, quel coraggio di sporcarsi i gomiti e rimanere sulle ginocchia, nel giugno scorso e poi a settembre con Benny Carbone – perché una squadra si chiami Varese.

Il Varese in serie A sarebbe una pubblicità per il calcio (l’altro calcio). Una salutare risata sul volto dei potenti. Sarebbe la degna e naturale conclusione per un mondo che ha lasciato Neto Pereira a marcire sui campi della D, che ha lasciato fischiare o umiliare il padovano Zecchin dai milionari del Padova e che per mettere una pietra tombale perfino su Rivas (tra le macchie del Bari, come si fa a non aggrapparsi a uno spicchio di colore come il suo?).

E poi guardate quell’omino laggiù: Rolando Maran sembra sempre un po’ impacciato quando s’agita per salutare il pubblico, ma solo perché dentro ha il peso del vincente. Lui non lo sa ancora, ma è l’uomo del miracolo a Varese che a Fascetti e Sannino non riuscì.

Intanto è festa a Masnago: cori, balli, ovazioni e un bagno di emozioni. Da Neto a Rosati (siamo tutti Neto, siamo tutti Rosati), da Terlizzi al resto della dirigenza per finire a Cristiano Sole. Che non c’è, ma vede tutto. E illumina, coi suoi raggi, gli ultimi sei gradini della scalata. Poi, arrivati nel suo cielo, potremo finalmente riabbracciarlo.
Andrea Confalonieri

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