Con le sue canzoni e sulle sue canzoni ci siamo cresciuti, ci siamo innamorati, abbiamo sognato. Francesco De Gregori, martedì in concerto al Teatro di Varese, ha scritto la colonna sonora della vita di tutti: pure di quelli che, mentendo, dicono di non averlo mai ascoltato. Perché non c’è uomo che non abbia urlato una strofa di Rimmel per un amore che se n’era andato, perché non c’è uomo che non abbia pianto su Buonanotte Fiorellino,
perché non c’è uomo che non abbia cantato La donna cannone. De Gregori arriva a Varese, con il suo ultimo disco: tutto nuovo e tutto da ascoltare. Un disco diverso da tutti gli altri, a partire dal titolo: “Amore e furto”. Un titolo dove c’è dentro tutto quello che è: l’amore per un’icona della musica come Bob Dylan e il furto dell sue canzoni più belle che De Gregori ha tradotto in italiano e riproposto.
Ed è lui a raccontare da dove arriva il suo ultimo lavoro. «Questo disco viene da lontano. Nei primi anni 80 parto per la montagna con i bambini e porto con me l’ultimo cd di Bob Dylan, “Infidels”. La seconda traccia è “Sweetheart like you” e la macchina si riempie di suono: riprovo la sensazione di parecchi anni prima quando ero rimasto così colpito da “Desolation Row” da passare interi pomeriggi, vocabolario alla mano, a cercare di capire il testo. Alla fine avevo tirato fuori una traduzione in italiano, più che altro per capire di che si parlava, cosa c’era dietro a quella voce e a quella musica. E così ero entrato per la prima volta, attraverso una lingua che non era la mia, nel mondo poetico di un altro». Da quel giorno sono passati tanti anni: le traduzioni di quelle due canzoni sono rimaste lì per un po’ e poi tirate fuori perché ne sono arrivate altre a fare compagnia.
«Tradurre una canzone vuol dire – spiega il cantautore romano – soprattutto non stravolgere il significato del testo, ovviamente, e anche lavorare sul suono delle singole parole e sulla metrica dei versi. Ma anche ammettendo la possibilità di soddisfare contemporaneamente tutte e tre queste condizioni avremmo fatto un lavoro inutile se alla fine non raggiungessimo ciò che in una parola definirei “cantabilità”: far suonare bene in italiano ciò che suonava bene in inglese. Questo è stato per me l’obiettivo da non perdere mai di vista. E sulla strada della cantabilità i paletti e i sacrifici sono molti, non tutti si possono evitare, qualcuno può essere fatale. Tradurre Tangeri con Tunisia non è solo un’imprecisione geografica, è anche un errore concettuale: Tangeri fa pensare a Paul Bowles, a fughe alternative, a una bella ragazza americana molto emancipata che va a prendersi un tè nel deserto con i suoi amanti, la Tunisia evoca – almeno fino a poco tempo fa – crociere di massa e vacanze low cost. Ma non tutto si può tradurre, trovatela voi una rima con Tangeri, se ci riuscite. Un’ultima cosa va detta: nel fare questo disco non mi sono mai posto troppe domande sui misteri e sui segreti disseminati nelle canzoni di Dylan, non sono andato in cerca di significati nascosti, mi sono tenuto volontariamente lontano da una fin troppo ricca esegetica Dylaniana».Tutto da ascoltare, tutto da godere: per chi ama De Gregori, ma anche per chi ama Dylan (ohibò, c’è qualcuno che non lo ama?). Scoprire le differenze tra quella canzone che si pensava di conoscere e questa sua nuova versione, impreziosita e riascoltata con la traduzione in italiano. No, non è un furto: «C’è solo amore – conclude De Gregori – dietro a questo furto, perché per amare veramente non bisogna chiedersi troppo e non serve sapere tutto».













