I braccianti pakistani arsi vivi e la fretta di trovare un colpevole “bianco”

Prima l'indignazione a comando e le accuse implicite all'Italia razzista, poi la scoperta che aggressori e vittime appartenevano alla stessa comunità. Una vicenda che dimostra quanto sia pericoloso sostituire i fatti con le narrazioni.

C’è una costante che ormai accompagna una parte del dibattito pubblico occidentale: la fretta. La fretta di trovare un colpevole prima ancora di conoscere i fatti. La fretta di inserire ogni episodio di cronaca dentro uno schema ideologico già pronto. La fretta di trasformare una notizia in una conferma delle proprie convinzioni.

È accaduto anche questa volta.

Quattro braccianti pakistani vengono dati alle fiamme mentre si trovano all’interno di un’auto. Una vicenda agghiacciante, che suscita immediatamente indignazione. Ma ancora prima che le indagini abbiano il tempo di fare il loro corso, ecco partire il copione già scritto: il razzismo, l’odio verso gli immigrati, l’Italia ostile, il clima creato dalla destra. Per qualcuno era già tutto chiaro.

Poi, però, arriva la realtà. Quella fastidiosa abitudine che ogni tanto si ostina a smentire le narrazioni.

Le immagini, le indagini e gli arresti raccontano infatti un’altra storia. Gli autori dell’attacco non sono italiani. Non sono militanti di estrema destra. Non sono “razzisti bianchi”. Sono due pakistani. Della stessa nazionalità delle vittime.

A quel punto cala il silenzio.

Perché quando i fatti non si adattano alla narrazione, la narrazione smette improvvisamente di interessare. Le aperture indignate diventano trafiletti. I commenti scompaiono. Gli esperti di sociologia da social network passano rapidamente ad altro.

Eppure la lezione dovrebbe essere semplice. La criminalità non ha bisogno di essere spiegata sempre e soltanto attraverso il prisma del razzismo, del colonialismo o dell’islamofobia. Esistono la violenza, la sopraffazione, i regolamenti di conti, i conflitti interni alle comunità, le organizzazioni criminali e la miseria umana. Esistono, semplicemente, i delinquenti.

Questo non significa negare che il razzismo esista. Significa rifiutare l’idea che ogni fatto debba necessariamente confermare una visione del mondo precostituita.

La cronaca dovrebbe insegnare prudenza. Invece troppo spesso viene utilizzata come materia prima per alimentare battaglie ideologiche. Così si costruiscono teoremi prima ancora di conoscere i dettagli, si distribuiscono patenti morali e si emettono sentenze mediatiche che poi vengono smentite dai fatti.

La realtà è meno comoda delle ideologie. Non segue copioni. Non si preoccupa di confermare le convinzioni di nessuno.

E forse è proprio questo il motivo per cui continua a sorprendere così tante persone.