La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli altissimi in Italia e anche nella nostra provincia. Quasi un ragazzo su due non lavora, a prescindere dal titolo di studio più o meno elevato. Eppure le aziende a volte fanno fatica a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno. Con questa pagina inizia un viaggio tra i ragazzi, le aziende e le agenzie di lavoro del territorio per cercare di capire come mai domanda e offerta di lavoro non si incontrano.
Partiamo dai ragazzi, dalle loro aspettative e dalle delusioni contro le quali si infrangono i loro sogni, cedendo il passo a mille compromessi, nella speranza che prima o poi arrivi davvero l’occasione giusta. Ne abbiamo sentiti alcuni.
Certo “sistemarsi”, trovare il “posto fisso”, come continuano ad augurarsi i genitori, è diventata per lo più una chimera in cui i ragazzi non sperano quasi più. Ma tra questo e la precarietà più assoluta, o peggio lunghi periodi di disoccupazione con il rischio di uscire dal mercato del lavoro, si cercano e si inventano mille soluzioni differenti pur di lavorare e avere così la possibilità in qualche modo di crescere, avere un minimo di indipendenza economica e di prospettiva per potersi costruire una vita. Ma non è semplice.
Lo sa bene , che appena laureata aveva giurato: «Lavorare gratis no, mai. Non è giusto, non è dignitoso». E invece… «E invece, dopo sei mesi dalla discussione della tesi, non avendo trovato alcun lavoro, alla fine ho accettato uno stage “formativo”: aggettivo teoricamente inutile, perché lo stage dovrebbe essere formativo sempre, per definizione. In realtà si specifica “formativo” quando lo stage non solo non è retribuito, ma non prevede neppure un minimo rimborso spese, come se la formazione ricevuta valesse più del lavoro svolto».
Un compromesso quindi, costoso non solo in termini di tempo, ma anche a livello economico, se si considerano gli spostamenti (tre ore di viaggio al giorno) e il pranzo fuori. Ma è stato pur sempre un primo passo, un’esperienza che le ha permesso di accedere a un altro stage, questa volta con un rimborso minimo di 300 euro al mese, e da qui a una sostituzione di maternità, e poi un’altra e un’altra ancora, questa volta per un anno intero: ma a patto di accettare di andare a vivere in un’altra città, a 700 chilometri da casa.
E poi? Altri colloqui, altre esperienze in altre città e quindi traslochi, progetti di qualche mese, un anno, sperando di trovare «non dico la stabilità a vita, ma un minimo di prospettiva se non di lungo, quanto meno di medio periodo», dice Viola.
Una prospettiva, un orizzonte che credeva di aver finalmente trovato con un contratto di apprendistato per un’impresa edile.
«Il capo mi diceva che ero bravo, mi chiamava per gli straordinari e prometteva che mi avrebbe assunto – racconta – Così con la mia ragazza ci siamo messi a cercare casa, l’abbiamo trovata, abbiamo firmato il compromesso, abbiamo iniziato a ordinare i mobili e chiesto il mutuo in banca».
Poi il contratto di apprendistato è scaduto: «Ti riassumo tra un mese, così mi costa di meno, mi ha detto il capo, ma non ha mantenuto la parola e così sono andato a firmare il rogito dal notaio senza lavoro, sulla base di una busta paga che non ho più».
Una scommessa, o meglio la determinazione di non farsi distruggere la vita dalla precarietà. Intanto pur di lavorare Alessandro ha cambiato settore, ha trovato posto come cameriere in un ristorante per un paio di sere a settimana. Quindi finalmente un lavoro a tempo pieno, ma solo per pochi mesi. E poi si vedrà, con l’ottimismo forzato di chi vuole andare avanti e lavorare per vivere, nonostante tutto.
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