Dimenticate le stagioni passate. E non parlo solo di risultati, schemi, scelte tecniche o tattiche. Parlo della Pallacanestro Varese nel suo complesso. Perché col Poz, per dirla con Renzi, si cambia verso. Si cambia stile, ritmo, abitudini. Un primo segno si è già visto nella presentazione della nuova (e anticipata) campagna abbonamenti.
Che si preannuncia ancor più affollata del solito. Perché? Perché c’è il Poz. Ovvero, l’ex mosca atomica. Al secolo, Gianmarco Pozzecco, 42 anni. Armato di occhi da figliol prodigo tornato a casa dopo un lungo viaggio, barba che conferisce saggezza, e ciuffo impennato che rimanda a un’atavica stravaganza. Ancora non sappiamo come imposterà il team. Quali saranno le sue indicazioni. Difficile, per noi di queste parti, immaginarlo in vesti istituzionali.
La stoffa c’è senz’altro e di carisma ne ha da vendere. Ma Varese è sempre Varese. Ve lo vedete il Poz che irrompe alla Botte e sgrida un paio di giocatori per l’ora tarda e il gomito alzato? Io mica tanto. Però sono ansioso di vederlo in quel ruolo. E di guardare il Palazzetto nel giorno del suo debutto in panchina. Quando un ambiente già di per sé caloroso ed esperto esploderà di entusiasmo. Perché vederlo lì, alla guida dei colori da cui spiccò il volo, sarà
già una vittoria: storica, culturale e sportiva, nel senso più intimo del termine. Ma prima di calcare il parquet come allenatore, Gianmarco salirà sul proscenio in molte altre vesti. Oggi, ad esempio, è nello stesso tempo protagonista e testimonial della suddetta campagna, al grido di “I’m Back”: che ricorda il minaccioso “I’ll be back”, con cui il mascellato Schwarzenegger prometteva dolori al nemico di turno, in una delle sue tante performance muscolari e muscolose. Ma in quel “Sono tornato” c’è molto di più di uno slogan.
L’auspicio è che, insieme al Poz, tornino a Varese anche la voglia di costruire sulla roccia. Di edificare un nuovo corso cestistico che renda giustizia agli sforzi del Consorzio e della società, guardando al lungo periodo, coltivando il terreno che in questi anni è stato dissodato, raccogliendo i frutti seminati, valorizzando i talenti, sdoganando le potenzialità ancora inespresse, intercettando le imprese che ora, grazie al fenomeno Poz, possono ritrovare slancio e scoprire nuovi spazi di visibilità e di promozione.
L’importante è che la figura del coach non si riduca a un simbolo, ma diventi la ciliegina di una torta già di per sé appetitosa. In un Paese ossessionato da culti della personalità e uomini soli al comando, è necessario che il futuro biancorosso non venga affidato unicamente alla popolarità di una singola persona.
Occorre che, a ogni livello, si lavori come in tutte le aziende che funzionano: sistemi in cui c’è chi appare e chi resta dietro le quinte, chi comanda e chi esegue, chi guarda al presente e chi studia strategie, chi consiglia, chi organizza, chi assiste, chi compra e chi vende. Solo così il pendolo della sorte sarà nuovamente attratto nell’orbita biancorossa.
E solo così allo spettacolare “I’m Back” potremo aggiungere un più concreto “They’re still there”: loro sono ancora lì. Per farci sognare.
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