Il cammello dell’Epifania compie cento anni: il dolce simbolo del Varesotto

Tra storia, leggende e profumo di sfoglia, la specialità nata sul Verbano continua a conquistare le vetrine delle pasticcerie e il palato dei varesini.

Ha superato il traguardo del secolo senza perdere smalto, fragranza e – soprattutto – appeal. Il cammello dell’Epifania, dolce singolare e identitario, torna protagonista nelle vetrine delle pasticcerie varesine, confermandosi una tradizione che resiste al tempo e continua a conquistare il palato. In questi giorni è impossibile non imbattersi in cammelli di ogni dimensione e variante, dalle versioni più classiche a quelle più riccamente guarnite.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di un dolce “importato” o diffuso ovunque. Il cammello dell’Epifania è infatti una specialità tipicamente varesina, prodotta fuori provincia solo in poche pasticcerie del Comasco o dell’Altomilanese. Un legame territoriale forte, che ne ha fatto nel tempo un vero segno distintivo.

Tra storia e leggenda

Sulle sue origini, come spesso accade per le tradizioni più radicate, si sono stratificate nel tempo racconti e rivendicazioni. I documenti più attendibili portano però agli anni Venti-Trenta del Novecento, quando il dolce veniva realizzato da Alessandro Lostaffa, pasticcere di Sesto Calende, all’epoca attivo presso la storica Pasticceria Porinelli. La vicinanza dell’esercizio all’Hotel “Tre Re”, dedicato ai Magi, avrebbe ispirato l’idea di creare un dolce simbolicamente legato all’Epifania.

Un filo che passa dal Verbano

Il legame tra Sesto Calende e i Re Magi non si esaurisce però in pasticceria. Nell’oratorio di San Vincenzo, noto anche come “dei Re Magi”, una chiesetta sconsacrata situata sopra l’abitato, è presente un affresco dedicato ai sovrani d’Oriente. In passato, proprio qui, si svolgevano incontri e scambi di dolci e doni durante il periodo natalizio.

C’è anche un altro episodio che rafforza questo intreccio tra storia e tradizione: secondo alcune fonti, le reliquie dei Re Magi sostarono a Sesto Calende nel 1164, durante il trasferimento voluto da Federico Barbarossa da Milano alla cattedrale di Colonia.

Dalla sfoglia alla frolla, fino alle versioni di oggi

Per i suoi cammelli, Lostaffa utilizzava stampi in alluminio e legno realizzati dal fratello Lorenzo, che lavorava alla Siai, l’azienda aeronautica sestese. Stampi che ancora oggi sono custoditi con cura dai discendenti. Le prime versioni del dolce erano sia di pasta sfoglia sia di pasta frolla. La sfoglia, cosparsa di zucchero, in forno creava quell’effetto lucido e glassato che ancora oggi caratterizza le versioni più apprezzate.

La “magia” è rimasta la stessa: pochi millimetri di sfoglia che, cuocendo, si gonfiano e si stratificano, dando vita a cammelli imponenti, quasi fossero millefoglie scolpite. Accanto a questi, già un secolo fa, esistevano anche cammelli di frolla, decorati con cioccolato e canditi.

Oggi le interpretazioni si sono moltiplicate: panna montata, crema pasticcera, nocciole, frutta e abbinamenti sempre nuovi. La Pasticceria Buosi, quest’anno, ha voluto sperimentare la versione “alla francese” del dolce varesino, una sorta di “galette des Rois” (celebre dolce d’oltralpe dedicato anch’esso ai Re Magi) con pastasfoglia a forma di cammello, ripiena di crema frangipane. È cambiato il modo di presentarlo, si sono evolute le guarnizioni, ma non è cambiata la sostanza. A distanza di cent’anni, il cammello dell’Epifania continua a essere molto più di un dolce: è un rito, un simbolo e un piccolo patrimonio della tradizione varesina.

La storia dei Re Magi, in viaggio sul cammello

I Re Magi arrivano nella storia del Natale quasi in punta di piedi. Il Vangelo di Matteo, l’unico che li menzioni, dice pochissimo: non indica i nomi, non specifica il numero, non chiarisce l’origine precisa. Si limita a una formula essenziale e suggestiva: venivano da Oriente. Tutto il resto nasce dall’incrocio tra storia, tradizione e interpretazione.

Quando si parla di Oriente, nel mondo antico si guarda soprattutto oltre la Giudea, verso territori culturalmente avanzati e fortemente legati allo studio degli astri. La Persia e la Mesopotamia erano allora centri di sapere astronomico e religioso; proprio lì operavano i magi, figure sapienti, sacerdoti e studiosi del cielo. Non erano re nel senso politico del termine, ma uomini autorevoli, capaci di leggere nei segni del cosmo un messaggio che per loro era inequivocabile.

Il viaggio verso Betlemme non fu breve né semplice. Le distanze erano enormi, probabilmente tra gli ottocento e i millecinquecento chilometri. Si viaggiava in carovana, lentamente, seguendo piste sicure, fermandosi per rifornirsi e riposare. In condizioni normali si percorrevano poche decine di chilometri al giorno. È per questo che gli studiosi ritengono plausibile un cammino durato mesi, forse addirittura più di un anno.

Un dettaglio evangelico lo conferma indirettamente: quando i Magi arrivano, Gesù non è più nella mangiatoia, ma in una casa. Non è un neonato appena nato, ma un bambino già cresciuto. L’immagine dei Magi presenti la notte di Natale è suggestiva, ma appartiene più alla tradizione iconografica che al racconto biblico.

Anche il numero “tre” è una costruzione successiva. Matteo parla solo di alcuni Magi; l’idea che fossero tre nasce dal numero dei doni: oro, incenso e mirra. Da lì, nei secoli, sono arrivati anche i nomi – Gaspare, Melchiorre e Baldassarre – che però non hanno fondamento nel testo evangelico.

In fondo, il fascino dei Re Magi sta proprio qui: figure avvolte nel mistero, uomini di sapere che affrontano un viaggio lungo e incerto, guidati non dal potere o dalla forza, ma dalla ricerca di un senso più grande. Un cammino che, più che geografico, è soprattutto simbolico.