BUSTO ARSIZIO Chi ha detto che il dialetto bustocco è buono solo per le poesie popolari e le antiche leggende? Uno studente diciassettenne dell’Isis Facchinetti, al quarto anno dell’indirizzo di chimica industriale, ha presentato una relazione di chimica ineccepibile dal punto di vista tecnico e scientifico, ma scritta interamente in bustocco stretto.Così l’imbuto diventa “ul pidrioeu”, il matraccio “ul matrasciü”, i matracci piccoli “i matrascìti” e così via: l’idea è venuta a Roberto Radice, giovanissimo cultore del dialetto bustocco, che ha preso la cosa come una sorta di serio divertissement. «Il dialetto mi è sempre piaciuto – racconta – me l’hanno insegnato i miei nonni, e a volte lo parlo, anche con i miei amici, quei pochi che lo capiscono. Come diciamo sempre, siamo giovani fuori ma vecchi dentro: scherzare e fare battute in bustocco ci piace. Presentare la relazione in dialetto mi è sembrata un’idea divertente, e così ho fatto».Con il giusto rigore linguistico (Roberto Radice è un purista, con un’attenzione maniacale a accenti e dieresi) e scientifico, però: la relazione presentava un solo, trascurabile errore, che la professoressa Alessandra Zenari, stando al gioco, ha stigmatizzato con un laconico “erùr”, scritto in rosso a margine del foglio. L’elaborato è stato letto a tutta la classe dall’autore, e tra i banchi non sono mancati applausi e risate. Anzi, la relazione è passata di mano in mano anche tra gli altri professori: «Ci siamo divertiti tutti moltissimo» raccontano i docenti dell’Isis.
Salvo poi appioppare a Radice un’ulteriore sfida: riscrivere la relazione anche in inglese, per una sorta di par condicio tra la parlata dei nonni e quella delle generazioni future.Il dialetto, insomma, supera l’esame di chimica, riuscendo a rendere concetti tecnici e scientifici, anche se la massima espressione della lingua bustocca è e rimane l’uso quotidiano: «Il dialetto – spiega Roberto Radice – è una forma di comunicazione sostanzialmente orale, usata per parlare delle cose di tutti i giorni in maniera svelta e incisiva. È così sintetica e precisa che ci sono espressioni non traducibili in italiano, se non facendo giri di parole. Nel parlare quotidiano il dialetto può essere ancora molto funzionale, quindi, ma non sono d’accordo con il suo uso in letteratura. Io stesso ho letto “Il Gattopardo”, ma francamente non l’ho capito quasi per niente».Quando si scrive, insomma, meglio l’italiano, quando si chiacchiera in casa, ma anche con gli amici, la battuta in dialetto resta insuperabile. Un’eccezione, il giovane bustocco la fa per gli autori locali, che possono invece assurgere a letteratura (dialettale) tout court: «Uno dei libri a cui tengo di più – spiega – è un’edizione limitata in cui Mariolino Rimoldi racconta la favola di Pinocchio». E anche sull’ipotesi di insegnare il dialetto sui banchi di scuola, l’opinione del ragazzo è pacata: «Io ne sarei felice perché mi divertirei moltissimo – conclude – ma poi bisognerebbe vedere come la pensa il resto della classe».Laura Campiglio
m.lualdi
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