«Nessuno. Nessuno si è mai fermato 47 minuti sul red carpet, con questa dedizione totale per il pubblico. Nessuno». La security in giacca e cravatta del Festival del Cinema riflette a bassa voce e strabuzza gli occhi. Striscioni a due aste, ingegnosi bastoni per selfie allungati con canne da pesca, gente che canta a squarciagola abbarbicata sulle transenne del red carpet incurante degli struscii di chiffon delle taccatissime signore habituèe della Mostra. Signore e signori, è arrivato Vasco Rossi.
Il Komandante sbarca dal battello e in Laguna è subito festa, è subito delirio. Arriva e rianima con uno schiocco di dita un festival, dicono gli addetti ai lavori, quest’anno di straordinaria qualità ma sempre un po’ a corto di pubblico. E invece venerdì già dalle prime ore del mattino la zona attorno al red carpet si trasforma nella transenna di San Siro con tanto di zaini e panini. Qui attorno al massimo avevano visto signore in visibillio per George Clooney e ragazzine cinguettanti per i Riccardo Scamarcio di turno. Questa è decisamente tutta un’altra storia.
Al Palazzo del Cinema va in scena un gran bel film, il ciclone Rossi diventa subito protagonista e catalizzatore ovunque passi. Ogni evento, piaccia o no, si trasforma inevitabilmente nel Suo evento.
Arriva puntualissimo e brilla nella sua giacca di lamè, Borsalino di paglia nero e occhiali da sole. Sembra un novello Al Pacino, o forse il terzo Blues Brother. Anzi, un Rock Brother inedito e indimenticabile. Saluta tutti. Tutti. Giornalisti, fans, imbucati, addetti ai lavori che siano. Si butta ripetutamente verso la folla, i suoi bodyguard impazziscono e lui si diverte come un matto. Balla avanti e indietro lungo il red carpet, si lancia sui fotografi come nemmeno Benigni camminò sulle poltroncine del Dorothy Chandler Pavilion per ritirare l’Oscar. Si concede a taccuini, libri, telecamere, obiettivi, telefonini e guance di chiunque gli si pari davanti. Il tappeto rosso è ufficialmente Rossi.
La Laguna doveva già accoglierlo nel 2011 per la proiezione di “Questa storia qua” , film documentario sulla sua vita diretto da Alessandro Paris e Sibylle Righetti. Ma proprio in quei giorni arrivò la malattia e lo mise al muro, costringendolo a dare forfait. Questa volta, invece, niente e nessuno hanno fermato il suo sbarco per presentare un altro docu-film a lui dedicato: “Il decalogo di Vasco” di Fabio Masi.
In Sala Darsena ci sono 1400 persone ad attenderlo. L’incontro condotto da Vincenzo Mollica si trasforma subito in un one man show, un dialogo senza fine tra lui e il suo pubblico. Quello a cui lui, la rockstar, si riferisce usando la prima e non la seconda persona plurale: «Non SIAMO mai pari, non SIAMO precisi, omologati, SIAMO tutti un po’ stropicciati dalla vita».
Gli urlano: «Sei un maestro di vita». Lui risponde: «Per l’amor di Dio…» e ride. Ride di gusto. Ride tantissimo. E non certo per quei tre sorsi di numero di champagne bevuti quasi per dispetto, ma perché è una festa, come ogni volta. Parla, cazzeggia, canta, si inchina davanti ai fan. Si alza, si risiede, saluta, snocciola aneddoti.
E parla. Parla dell’Italia («un Paese che attraverso ogni anno con il mio tour ed è bellissimo. Poi è ovvio che qualcosa non funziona, altrimenti saremmo la Svizzera. Ma in Svizzera se li sognano i nostri pomodori, le nostre donne…»), della sua vita (che è «tutta al rovescio, perché se uno mi dice “andiamo a cena” io so che esco e la gente guarda me, non il contrario. E allora cosa esco a fare?»), dell’arte («deve essere onesta e sincera, se no è qualcos’altro»), di consapevolezze e inconscio. Si spengono le luci, ultima standing ovation, lui saluta e se ne va non prima di aver stretto altre cento mani, firmato altri cento fogli, baciato altre cento guance.
Dopo i titoli di coda è già un’altra volta ora di tornare verso casa. Il vento sferza la faccia sul vaporetto, piazza San Marco illuminata è una poesia che emerge dal mare nero come la notte e ci saluta come una carezza. Ciao Venezia, ciao Vasco. È stato splendido, è stato splendido.