VARESE È guerra. Perché all’attacco del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, alla piazza finanziaria ticinese, il Consiglio di Stato ha risposto congelando metà dei ristorni da versare entro oggi. Era nell’aria e il governo cantonale ha rispetto i pronostici. Tra il blocco totale dei ristorni, qualcosa come 45 milioni di franchi e il regolare pagamento, si è scelta la terza via. Per usare la parte che resta nelle casse, su un conto vincolato del Ticino, come arma di ricatto. A Roma, così, saranno versati solo il 50% dei ristorni. Cifra non sufficiente a far fronte, se non cambieranno le cose (la quota viene poi riversata ai comuni l’anno successivo) per i bilanci delle amministrazioni di confine. Che, ora come ora, possono contare per il futuro sulla certezza di poco più di 23milioni di euro. A vincere così è stata la linea dura, seppur smorzata dalla concessione di parte del dovuto. «Quello che è successo è gravissimo. Per la violazione di un accordo internazionale tra Italia e Svizzera e per i rapporti tra due Stati che invece dovrebbero dialogare su tutto». Parola di Attilio Fontana, sindaco di Varese e presidente di Anci Lombardia. «Abbiamo assistito a tante prese di posizione dei partiti, che da destra a sinistra hanno invitato, anche con forza, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti a rivedere la sua posizione – evidenzia – ma senza alcun risultato. E siccome Tremonti non vuole capire, altri devono prendere in mano la situazione. È assurda la sua chiusura. Come è assurdo trattare da nemico un partner affidabile come la Svizzera. Speriamo che il ministro Umberto Bossi riesca nel miracolo. Un doppio miracolo: far cambiare idea a Tremonti e ricucire gli strappi». Perché la consapevolezza, da Varese a Luino, è che i sindaci possano fare ben
poco. Serve un intervento diretto di Roma. Perché da lì è partito l’attacco alla piazza finanziaria ticinese ed è da lì che deve rientrare. Altrimenti sarà collasso economico. «Del resto cosa dobbiamo fare? – si chiede ironicamente Roberto Chini, sindaco di Cugliate Fabiasco – Chiudo il comune e consegno le chiavi in Prefettura». Questa la previsione del dramma economico vissuto dai comuni di confine. «Come faccio a far quadrare i conti senza quei 300 mila euro? – si chiede ancora il primo cittadino – Dove li vado a recuperare? Perché al di là del merito della vicenda la realtà qui è quella di far quadrare i conti. In un’area come l’Alto Varesotto dove l’impresa di riferimento è proprio il Canton Ticino. Anche aumentando le tasse i risultati sarebbe pochi. Perché la gran parte dei lavoratori le paga in Svizzera e a noi, senza i ristorni, non entra niente». Così l’interrogativo diventa come sopravvivere. «Il bilancio – aggiunge infatti Sandy Cane – non si chiude in questo modo. Senza ristorni qui al confine, inteso nel versante Varesotto, non si vive». Ma non sono solo i comuni medio piccoli a vedere il futuro a tinte fosche. «Quello che sta accadendo – analizza Andrea Pellicini, sindaco di Luino – ha dell’inaccettabile. Utilizzare i frontalieri e il loro reddito, perché giova ricordarlo che i ristorni sono solo una quota minoritaria delle tasse che i nostri lavoratori versano in Svizzera non ha senso. Come non ha senso l’atteggiamento di muro contro muro. Serve una soluzione rapida e a livello statale».Alessio Pagani s.bartolini
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