Domani sera il Varese giocherà anche per lui, indossando il lutto al braccio. Stefano Gozzo era entrato a far parte della famiglia biancorossa solo da poche settimane, ma il suo impegno quotidiano e la sua cordialità avevano già lasciato il segno.
«Un mese appena come colleghi di ufficio, ma dal messaggio con il quale ho voluto ricordarlo, nella mia pagina Facebook, traspare tutta la fiducia che già avevo avuto modo di riporre in lui» racconta Anna Zanfardin, vicina di scrivania di Stefano, in amministrazione, nella sede del club, in via Manin.
Stefano aveva 27 anni e una laurea in economia e commercio conseguita presso l’Università dell’Insubria. Un malore improvviso lo ha colpito lunedì sera, mentre si trovava a casa. Inutili i soccorsi e il ricovero all’Ospedale di Circolo. Immediato e sincero il cordoglio della società, che ha scelto però di non limitarsi alle sole parole.
La Lega Serie B ha dato il suo consenso, dunque la partita contro il Siena, già carica di emozioni per conto suo, avrà per tutti un significato in più, testimoniato dalla fascia al braccio indossata dai biancorossi.
Anna Zanfardin, che con Stefano lavorava fianco a fianco, ricorda di lui la positività con la quale sapeva affrontare le sfide professionali di tutti i giorni.
«Sapeva essere sempre disponibile e solare» racconta. «In ufficio, in queste settimane, ci stavamo approcciando al nuovo sistema gestionale e Stefano era la persona chiamata a condividere con me, anzi, a insegnarmi, questo passaggio». Sempre col sorriso, com’era nel suo carattere.
Un impegno professionale nel mondo del calcio, quello di Stefano, che si univa alla sua passione, vera e profonda, per il pallone. Giocava nella Calcinatese, in Seconda Categoria. «E solo pochi giorni fa – aggiunge Anna Zanfardin – mi raccontava con gioia della salvezza conquistata dalla sua squadra». Commozione sincera quindi quella dei colleghi nel vedere ora la sua scrivania vuota. «Avremmo tutti voluto conoscerlo ancora di più, ne valeva la pena» sottolinea Anna.
«Quando me l’hanno detto, non ci volevo credere», commenta Matteo Gaeta, che con Stefano aveva condiviso proprio l’impegno sportivo. «Abbiamo giocato insieme per due stagioni, alcuni anni fa, nella Cassiopea», racconta.
In campo come in ufficio, Stefano era sempre la stessa persona. «Mai un problema, mai una lamentela, aveva sempre un sorriso per tutti». Generoso anche in partita, senza mai tirarsi indietro. «Era un vero centrocampista, di quelli che si fanno il mazzo, lavorando sodo» conclude Matteo Gaeta.
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