Il nostro Paese è sempre meno attrattivo: lo dicono i flussi migratori in crescita registrati dall’Istat e lo dice l’ultimo rapporto del Censis che definisce l’Italia come un paese «mortificante per i giovani».La conseguenza è logica. Sempre più giovani se ne vanno: quelli più colpiti dalla disoccupazione, ma anche quelli costretti a subire l’incapacità o l’impossibilità del nostro Paese nel valorizzare il capitale umano. «E questo capitale inagito
è la cosa più angosciante che c’è in Italia», sottolinea Giuseppe De Rita, presidente del Censis.Braccia e cervelli in fuga che stanno facendo crescere i numeri dei migranti: sono oltre 4,2 milioni gli italiani all’estero, oltre il 54% sono trasferiti in Europa (Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia sono le mete preferite), il 40% in America, il 3,2% in Oceania, l’1,3% in Africa e l’1% in Asia.
E mentre nel 2013 sono arrivate nel nostro Paese 307mila persone, 43mila in meno rispetto al 2012, i nostri connazionali emigrati nel 2013 sono stati 20mila in più del 2012.
E la nostra provincia non è risparmiata da questa fuga: secondo un’analisi della Camera di Commercio di Varese sui dati Aire (l’Anagrafe degli italiani residenti estero), in cinque anni (dal 2007 al 2012) sono cresciuti del 26% i cittadini varesini che si sono trasferiti definitivamente in paesi stranieri a caccia di nuove prospettive di lavoro. Alla fine del 2012 i varesini residenti all’estero erano oltre 43mila. E sono soprattutto i giovani a partire: il 56% di coloro che vivono all’estero ha meno di 43 anni.
E questo è un dato che non stupisce: i giovani sentono pressante il bisogno di trovare lavoro e quando scoprono Paesi dove il merito e l’impegno porta a grandi successi allora tornare diventa difficile.
Luca Longo, varesino d’origine, oggi ha 33 anni, si è laureato all’Insubria e dopo qualche lavoro in Italia è partito per Dublino: «Dopo il mio dottorato all’Università di Dublino ho avuto la fortuna di passare un concorso pubblico e di ottenere una cattedra a tempo determinato».
«Non me lo aspettavo: avevo 32 anni e in Italia ciò è impensabile. Mi hanno assegnato tre corsi e solo dopo 5 mesi mi hanno assegnato un nuovo incarico: coordinatore delle tesi del master in informatica». «Dopo altri sei mesi, ho vinto un altro concorso pubblico interno, e adesso ho una cattedra a tempo indeterminato. Anche questo impensabile nel baronato italiano a cui siamo abituati». Una carriera molto rapida: tutta basata sul merito. «Sono a Dublino da sette anni – spiega Longo – e mi dispiace dirlo, ma vedo il nostro caro Paese in una situazione di stallo e non-progresso. A mio parere senza un investimento in istruzione e ricerca si tagliano le possibilità di innovazione e di conseguenza creazione di giovani start-up e quindi possibilità di
posti di lavoro, capitali in ingresso e un miglioramento dell’economia in generale. Poi la situazione politica italiana è chiara a tutto il mondo, non c’è bisogno di commentare: tante, troppe parole, pochi fatti». E così pensare di tornare è difficile, sottolinea Longo, che ora, a 33 è docente in una delle più prestigiose università europee e non deve più fare i conti con contratti, precariato e concorsi.«Diversi miei ex professori della a me cara università dell’Insubria, tutti esperti nei loro settori e gente con passione, sono ancora in bilico fra contratti determinati, assegni di ricerca. In Italia funziona così: se ci ritornerei? l’Italia è il mio Paese ed è uno dei più bei posti al mondo. Ma presupposti e motivazioni oggettive per farvi rientro non ci sono».
Ci sono Paesi, come l’Irlanda dove vive Longo, «dove i giovani sono stimolati a lavorare in ambienti dinamici, flessibili, con possibilità di carriera e un sacco di benefit. E spesso nel weekend ti ritrovi al pub con i tuoi manager: facciamo tutti parte di una società multi-razziale e in cui siamo tutti allo stesso livello. Tutti possono avere una opportunità e la meritocrazia è qualcosa che funziona». E una volta scoperta, difficile farne a meno.













