Gli elettori svizzeri hanno respinto il referendum che proponeva di dimezzare il canone radiotelevisivo, mantenendo quindi l’attuale sistema di finanziamento del servizio pubblico.
La proposta non ha superato il doppio passaggio richiesto dal sistema di democrazia diretta svizzero: per modificare la Costituzione è necessario ottenere sia la maggioranza dei voti dei cittadini sia quella dei Cantoni.
In questo caso il referendum è stato bocciato soprattutto proprio dalla maggioranza dei Cantoni, rendendo impossibile l’approvazione dell’iniziativa.
Un voto su tre iniziative popolari
Il referendum sul canone faceva parte di un pacchetto di tre iniziative popolari sottoposte al voto.
Due di queste – tra cui quella sulla radiotelevisione pubblica – non hanno ottenuto il consenso necessario per passare il doppio vaglio previsto dal sistema istituzionale svizzero.
Il nodo del finanziamento della SSR
L’iniziativa puntava a ridurre del 50% il canone radiotelevisivo pagato dalle famiglie, una misura che avrebbe avuto un impatto significativo sul finanziamento della SSR, l’emittente pubblica nazionale, e sull’intero sistema mediatico del Paese.
Secondo diversi osservatori, un taglio così consistente avrebbe potuto ridimensionare in modo rilevante l’offerta del servizio pubblico e influire sull’equilibrio dell’informazione.
Il dibattito sul pluralismo
Negli ultimi mesi il tema del canone era diventato uno dei punti più discussi nel dibattito politico e mediatico svizzero.
Molti operatori dell’informazione avevano espresso preoccupazioni per i possibili effetti della riforma sul pluralismo dell’informazione. Tra questi anche il giornalista Roberto Antonini, che in un intervento pubblicato nei mesi scorsi aveva messo in guardia dal rischio di indebolire il ruolo del servizio pubblico.
«Una legittimazione del servizio pubblico»
Il risultato del referendum è stato accolto con favore dai vertici della radiotelevisione pubblica.
«È un risultato di cui siamo contenti: rappresenta una legittimazione del servizio pubblico», ha commentato il direttore della RSI Mario Timbal.
«Non consideriamo questo voto come un assegno in bianco – ha aggiunto – ma come uno stimolo a riflettere sul futuro e ad aprire un vero dibattito su quale debba essere il perimetro del servizio pubblico».
Con il voto popolare gli svizzeri hanno dunque scelto di confermare il modello attuale di finanziamento, ribadendo il ruolo centrale del servizio pubblico radiotelevisivo nel panorama informativo del Paese.












