Ingiusta detenzione, a Stefano Binda riconosciuto un indennizzo di 212mila euro

Ingiusta detenzione, a Stefano Binda riconosciuto un indennizzo di 212mila euro
Terza pronuncia della Corte d’Appello di Milano dopo due annullamenti della Cassazione. L’uomo trascorse tre anni e mezzo in carcere per l’omicidio di Lidia Macchi, dal quale è stato definitivamente assolto.

MILANO – La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto nuovamente a Stefano Binda il diritto a un indennizzo di 212mila euro per l’ingiusta detenzione subita nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Lidia Macchi.

Binda trascorse circa tre anni e mezzo in carcere, tra il 2016 e il 2019, con l’accusa di avere ucciso nel 1987 la studentessa ventunenne, sua ex compagna di liceo. Al termine del percorso giudiziario è stato assolto in via definitiva.

L’ordinanza, depositata venerdì 25 settembre dalla quinta sezione penale della Corte d’Appello, rappresenta la terza decisione dei giudici milanesi sulla richiesta di riparazione. Le due precedenti pronunce erano state annullate con rinvio dalla Corte di Cassazione dopo i ricorsi della Procura generale di Milano.

Confermato il 70 per cento della somma iniziale

La cifra riconosciuta corrisponde al 70 per cento dei 313mila euro inizialmente quantificati dalla stessa Corte d’Appello. L’importo di 212mila euro era già stato stabilito nel settembre 2024, ma anche quella decisione era stata successivamente annullata dalla Suprema Corte.

La nuova ordinanza potrebbe non rappresentare l’ultimo capitolo della vicenda: qualora la Procura generale decidesse di presentare un altro ricorso, la domanda di indennizzo tornerebbe per la terza volta all’esame della Cassazione.

Binda si è detto «sconcertato» in relazione alle valutazioni sui profili di colpa contenute nel procedimento per la riparazione, sostenendo che tali profili non sussistano. Ha annunciato che esaminerà il provvedimento con la propria legale, l’avvocata Patrizia Esposito, prima di decidere come procedere.

La famiglia Macchi: «Resta il dolore per una verità mai raggiunta»

La famiglia di Lidia Macchi, attraverso l’avvocato Daniele Pizzi, ha precisato di non voler commentare nel merito l’ordinanza, essendo estranea al procedimento sull’ingiusta detenzione.

Il legale ha però richiamato la ferita ancora aperta per i familiari: nel gennaio 2027 saranno trascorsi quarant’anni dalla morte della giovane senza che sia stato individuato e condannato il responsabile.

Accanto al dolore resta il valore delle iniziative nate nel nome di Lidia, a cominciare dalla Fondazione che porta il suo nome e sostiene una scuola in Uganda, offrendo opportunità educative a bambini che vivono in condizioni di particolare povertà.

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