Investì Giada sulle strisce. Condannato a sei anni

Flavio Jeanne, il pirata della strada che fuggì dopo l’investimento, è stato giudicato colpevole. Il pm: «Guidava sotto l’effetto di stupefacenti»

Condannato a sei anni in primo grado Flavio Jeanne, il cuoco di 24 anni, che lo scorso 14 settembre travolse e uccise Giada Molinaro, 17 anni, studentessa varesina, che stava attraversando sulle strisce in viale dei Mille a Varese.

Jeanne fuggì e fu arrestato due giorni dopo l’incidente: il carrozzerie al quale aveva portato la Kia Rio con cui aveva travolto la diciassettenne non credette alla sua storia (Jeanne disse di aver investito un cinghiale) e chiamò i carabinieri.

Dopo l’arresto il ventiquattrenne ha confessato: ieri la sentenza. La prima in Lombardia per omicidio stradale con l’aggravante della fuga. Il pubblico ministero Massimo Politi aveva chiesto una condanna a 7 anni e 8 mesi: il massimo della pena per un processo che si è celebrato con rito abbreviato. Il giudice per l’udienza preliminare Alessandro Chionna ha invece “tolto” alla

richiesta dell’accusa un anno e 8 mesi pur non avendo riconosciuto al ragazzo le attenuanti generiche. E dopo la sentenza sono arrivate la rabbia e l’indignazione di Stefania e Pasquale Molinaro, i genitori di Giada: «La vita di nostra figlia non vale soltanto sei anni. Questa non è giustizia e la legge non è uguale per tutti. È una vergogna».

Corrado Viazzo, legale della famiglia Molinaro che ha rifiutato un risarcimento di quasi un milione di euro pur di potersi costituire giustizia piena per la loro bambina, spiega «ci aspettavamo una sentenza diversa. Il giudice non ha riconosciuto le attenuanti generiche all’imputato. La procura ha chiesto il massimo della pena. Ma la decisione è discrezionale. Capiremo con le motivazioni. Certo questa famiglia, così duramente colpita, oggi è amareggiata». Cautamente soddisfatto l’avvocato Alberto Talamone, difensore di Flavio Jeanne: «Un giudice equilibrato, una sentenza equilibrata». Talamone ha aggiunto: «Il mio assistito non è il furbetto che tutti dipingono. Se lo fosse stato avrebbe denunciato il furto dell’auto, come in molti fanno davanti a situazioni di questo genere. Simulando un reato per sfuggire alla giustizia». E sull’assenza di Jeanne dall’aula ha aggiunto: «Non c’era su nostro consiglio. Fuori dal tribunale c’erano gli amici di Giada con degli striscioni e abbiamo sentito anche frasi poco piacevoli. Inutile creare problemi o agitare ancora di più gli animi». Talamone durante la requisitoria ha sostenuto che Giada Molinaro «fosse al telefono, e quindi distratta, mentre stava attraversando», aggiunge che Jeanne non si sarebbe fermato «perché di colore. E in quanto di colore era preda della motivata paura di essere picchiato, linciato, da chi, presente all’incidente, sarebbe accorso». Paura da razzismo insomma: se un giovane di colore investe e uccide una ragazza italiana viene linciato in quanto straniero. Il pubblico ministero Massimo Politi ha invece spiegato perché, secondo lui, Jeanne non si è fermato: «stava guidando sotto l’effetto di stupefacenti. La droga ha costellato tutta la sua vita. Ebbe dei problemi giudiziari anche da minorenne per questioni di droga. Nei due giorni successivi all’incidente, prima dell’arresto, ha cancellato tutte le chat su Facebook, Instagram, dal cellulare. Conversazioni che, da quanto rintracciato, portavano all’uso di stupefacente. Quelle 48 ore di latitanza ci impediscono di avere la prova, ma io ho la certezza che Jeanne guidasse sotto l’effetto di stupefacenti e dopo aver investito la vittima, consapevole di questo, ha lucidamente scelto di non fuggire onde evitare che il fatto potesse essere dimostrato». Sia la procura che la difesa potrebbero decidere di ricorrere in Appello impugnando la sentenza di primo grado pronunciata ieri.