«Io, il Cobrallo del Franco Ossola Il Varese? Un padre di famiglia»

Lo trovate al campetto del suo paese, Lequile, alle porte di Lecce. Alessandro Corallo, dopo una vita su e giù e segnar gol a grappoli nelle minors, è a casa. «Basta ritiri. Ora c’è la pizza dopo la partita, una birretta, pane e salame. Per me il calcio è così. Qualcosa è rimasto del Corallo che fu: gli amici mi chiamano Cobra». Al Varese, nella stagione 2005-2006, quella della trionfale serie D, era per tutti Cobrallo, la punta velenosa, letale, infallibile. Di gol ne fece parecchi, diciassette, diventando il bomber della rinascita.

Chiediamo a Corallo di spiegare in poche immagini che cosa fosse il Varese che vinse la serie D (solo) otto anni fa. «Scelgo la partita col Saluzzo – dice deciso l’ex bomber biancorosso -. Era il 94’ ed eravamo bloccati sull’1-1. Era inverno (27 novembre) e c’era un campo infame. All’ultimo respiro, punizione per noi: la calcio io, la metto all’incrocio, gol-vittoria. Mi sbloccai, fu la partita della svolta. A seguire, feci sette gol in quattro partite.

Un periodo magico». Se, invece, Corallo deve indicare un’immagine simbolo di quella stagione, si vira verso il gran finale. «Quando penso al Varese – attacca – mi viene subito in mente la festa per la promozione, con l’antistadio pieno di gente, con vino e salsiccia per tutti. Non sembrava una città che rendeva omaggio ad una squadra, sembrava una famiglia che festeggiava qualcosa di suo, che ne so, un compleanno o roba simile. Io mi sentivo a casa».

In tema di personaggi che segnarono la sua stagione in biancorosso, Corallo fa tre nomi. «Parto da Gianluca Petrachi (attuale ds del Torino) – inizia – che col Varese non c’entra, ma è stato lui ad indirizzarmi verso Masnago. Poi dico Luca Sogliano e non dovrei aggiungere altro, sapete voi meglio di me: il Varese era un club serissimo, puntuale in tutto. Infine, mister Mangia, col quale avevo e ho un rapporto speciale». Tra i compagni di squadra, invece, Corallo fa un nome. «Per me – spiega l’ex bomber del Varese – Checco Lepore è il compagno ideale. E non solo perché è di Lecce come me (ride). Un ragazzo squisito, un professionista innamorato del suo lavoro. E, a dirla tutta, eravamo nei dilettanti. Checco è un uomo vero, uno che in campo e durante la settimana ha sempre messo tutto il cuore che aveva. Che è grande. Gli faccio un grosso in bocca al lupo perché riesca a risolvere i guai in cui si sta trovando».

Ieri Giacomo Croci – uno dei bomber dell’Eccellenza – aveva detto che giocare nel Varese era tutto, anche se la categoria era infima. Corallo è d’accordo? «Sottoscrivo al cento per cento. Per dire come ci tenessimo: ricordo che col Giaveno in casa, alla prima di ritorno, eravamo sotto 2-0. Mangia mi tira fuori dopo neanche venti minuti del secondo tempo, io schiumo rabbia, perché arrivavo da un filotto di gol segnati, e volano tra noi parole poco carine. Poi pareggiamo, con Confeggi e Bortolotto, ed è un abbraccio quasi insperato tra tutti noi, io e mister compresi. Quello era lo spirito del mio Varese». Una squadra che si vedeva già oltre? «Assolutamente, sì – risponde secco Corallo -. Noi che respiravamo l’aria del club sette giorni sui sette, non abbiamo mai avuto l’impressione che tutto finisse lì, con un paio di campionati vinti. C’era un modo di pensare questo lavoro nettamente avanti rispetto al resto delle squadre che incontravamo. C’era ambizione, sostenuta però coi fatti, con gli stipendi puntuali, con l’organizzazione, col riuscire ad immaginarsi nel lungo periodo. E così è stato».

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