Oscar Verderame, dopo un anno di lontananza, è in dirittura di ritorno al Varese. Le ipotesi: preparatore portieri della Primavera e coordinamento del settore in tutto il vivaio.
Sarebbe un rincasare di peso: varesotto, in porta ai tempi dell’Eccellenza, Verderame è poi sempre rimasto nel club come mister dei portieri. Fino all’estate scorsa, quando fu allontanato non senza polemiche. Sull’immediato futuro, incrocia le dita, sì, ma pensa in grande.
Cento.
Non esagero. Ho un amore smisurato per questa città e per questa squadra. Eravamo finiti nel nulla e abbiamo sfiorato la serie A. C’è tanto, troppo, che mi lega al Varese.
Nulla, ho solo voglia di tornare. Sarebbe una gioia immensa. Quel che è stato, è stato. Punto.
Abbiamo costruito una scuola calcio specifica per portieri al Bosto. C’è ancora qualche ritocco da fare, partiamo ufficialmente a settembre.
Ho riscoperto il gusto del calcio visto dal basso, con gli occhi dei piccoli e della provincia in senso lato. Ho ritrovato cose che non sentivo da tempo, ad esempio il toccare con mano il sogno di diventare calciatori, di volare alto, di immaginarsi in serie A. E ho trovato un club a misura di famiglia.
Spero di sì, ed è più di una speranza. Quando siamo arrivati così in alto, c’era questa certezza di vivere qualcosa di speciale, e c’era la sensazione di essere una famiglia. So che un po’ di cose sono cambiate, e certe sterzate a volte fanno bene. Io sono fiducioso: vedremo un grande Varese.
Gli ho detto: Ste, mi raccomando, fai il meglio per il Varese. Ma era più una cosa scherzosa, un biancorosso dentro come Bettinelli (con lui nella foto, ndr) non ha bisogno che gli si ricordi nulla del genere.
Di farsi guidare dall’entusiasmo, di coltivarlo, di non lasciarlo morire. Poi, di avere tanta pazienza. Il portiere è così: se sei il secondo, sei quello che guarda il titolare che gioca. Molti si spaventano per questo aspetto: se la paura vince sulla fiducia, è la fine. Se invece si tiene duro, alla fine è una strada che paga.
Conta tutto, dalla A alla Z. Ma se non si lavora sull’essere umano che si ha di fronte, è tempo perso. Non è che, perché sono ragazzi, significa che, allora, non siano teste pensanti, con proprie idee e propri sogni di cui tener conto.
Io ai miei portieri chiedo cose diverse rispetto ai miei colleghi. Non è presunzione, per carità, c’è in giro tanta gente più brava di me. Solo, non voglio essere uno come gli altri. Quando un ragazzo arriva, ci vuole tempo per capirsi. Moreau è il portiere che sento più mio, ma abbiamo lavorato insieme a lungo.
No, orgoglio, ancora adesso. Quanti possono dire di esser partiti dall’Eccellenza ad aver sfiorato la serie A? Non lo so, ma pochissimi. Aggiungo: possiamo alzare l’asticella ancora più in su.
Varese
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