«La chiusura degli amici. Binda? Figura marginale»

Parla Paolillo, che 30 anni fa coordinò le indagini

«Gli amici di Lidia si chiusero in loro stessi. Rispondevano con un sì o con un no alle domande, senza aggiungere commenti. Fu per noi molto difficile avere informazioni di loro».

E’ un universo giovanile spaventato quello che Giogio Paolillo, a capo della squadra mobile di Varese nel 1987, che coordinò le indagini sull’omicidio di Lidia Macchi, uccisa nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con 29 coltellate, il cui cadavere fu ritrovato il 7 gennaio di 30 anni fa al limitare dei boschi del Sass Pinì. Davanti alla Corte d’Assise presieduta da Orazio Muscato siede oggi Stefano Binda: imputato del delitto e per questo arrestato il 15 gennaio del 2016. Paolillo coordinò le indagini 30 anni. E durante l’udienza sotto accusa è finita anche l’inchiesta condotta nel 1987 con vetrini distrutti (che oggi avrebbero dato una possibilità alla verità) e faldoni scomparsi per decenni (e riapparsi lo scorso 20 aprile) con accertamenti relativi a quattro amici di Lidia, uno dei quali era Giuseppe Sotgiu, non ancora don, rimasto per qualche tempo uno dei principali sospettati (poi scagionato). E Paolillo ieri ha descritto in aula quell’inchiesta a cominciare dalla “chiusura” mostrata dagli amici di Lidia dopo il delitto: «Capimmo ad un certo punto che i ragazzi si consultavano con degli avvocati prima di rispondere alle nostre domande».

E’ stato però Sergio Martelli, codifensore di Binda con Patrizia Esposito a inquadrare meglio quel clima in cui, sospettato dalla procura di Varese era don Antonio Costabile, guida spirituale del gruppo scout frequentato da Lidia e da tutto il gruppo dei giovani di Comunione e Liberazione di Varese. Tre sacerdoti furono arrestati anche per falsa testimonianza per aver asserito come don Costabile fosse con loro la notte del 5 gennaio, contraddicendosi e ammettendo infine di non ricordare. «Ad un certo punto qualcuno intervenne da

Milano?», ha chiesto Martelli. «La curia», ha risposto Paolillo che ha poi ammesso che durante l’inchiesta, che puntava all’ambito religioso, fu «intercettato anche il vicariato. Intervenne il cardinal Maria Martini», ha detto Paolillo. «Fu intercettato persino il cardinal Martini?», ha ribattuto Martelli. «La segreteria», ha detto Paolillo. E’ in questo clima che ha il sapore di uno scontro tra poteri che gli amici di Lidia, spaventati, sono restii a parlare. La posizione di don Costabile sarà poi archiviata dalla procura generale di Milano dopo l’avocazione.

Il sostituto pg Gemma Gualdi ha più volte criticato l’operato del pubblico ministero Agostino Abate, che coordinò le indagini 30 anni fa, sottolineando come si concentrò «su don Costabile, estraneo alla vicenda», lasciando cadere altre piste. «Tra queste anche quella che avrebbe portato a Binda. Citato da don Sotgiu che lo voleva con lui a vedere un film, mentre egli aveva invece dichiarato di essere a Pragelato», ha detto il pg Gualdi. Una contraddizione che non venne mai approfondita e che per l’accusa forse mirava a garantire un alibi a Binda per la notte dell’omicidio. «Binda per noi – ha ribattuto Paolillo – era figura assolutamente marginale. Nessun elemento ha mai portato a lui».