«La guerra non arricchisce. Ma colpisce l’economia»

Secondo la ricerca del professor Raul Caruso la pace mondiale favorisce la crescita del capitale umano

Sul fatto che gli andamenti geopolitici mondiali abbiano effetti sull’economia siamo tutti d’accordo: le guerre, le scelte politiche, la stabilità di un Paese sono tutti elementi in grado di determinare flussi di merci e di investimenti, ma anche esodo di uomini e problemi di legalità.

Oggi la corsa agli armamenti fa pensare e spaventa. Ed ogni giorno ne abbiamo notizia: da Donald Trump, fino alla Cina e la Corea del Nord: le notizie provenienti dal mondo creano insicurezza. E dopo i tanti interrogativi di ordine etico e sociale anche la domanda sul risvolto economico di tali scelte è più che lecita: il mondo, a partire dall’Unione Europea, si trova di fronte a scelte difficili, soprattutto perché non esiste una politica di sicurezza comune. Tutto questo amplifica il contagio della violenza anche attraverso il commercio delle armi leggere. Insomma i conflitti rendono insicuri ma fanno crescere anche l’ignoranza: per Raul Caruso, professore di Politica Economica ed Economia Internazionale all’Università Cattolica di Milano, e autore del libro “Economia della pace” «esiste una relazione negativa tra spese militari e crescita del capitale umano.

Carriera militare e percorsi di studi universitari o di scuola secondaria superiore sono spesso considerati come scelte alternative di giovani e famiglie. In parole più semplici, i giovani si arruolano nell’esercito rinunciando agli studi o quantomeno li ritardano». Il punto è dunque questo: se non si fa la guerra, insomma, si può lavorare e rilanciare l’economia perché la forza lavoro qualificata, quella che si trova proprio nelle piccole imprese manifatturiere, «fa andare alle stelle i tassi crescita della produttività». Le piccole e medie imprese in questo senso

sono leve della produttività e della pace e se vogliamo crescere insistiamo sullo sviluppo delle piccole e medie imprese del manifatturiero. Ci vuole tutto il dinamismo di questo modello imprenditoriale, la sua curiosità verso le nuove tecnologie e l’innovazione e l’attenzione verso la formazione dei giovani per evitare un’economia di guerra. Bisogna preservare il rapporto tra locale e globale così forte nelle Pmi, il loro ruolo nel mantenere l’occupazione, la coesione sociale che realizzano e difendono ogni giorno, il coinvolgimento dei giovani: perni fondamentali di un’economia florida.

Le piccole e medie imprese dunque fanno aumentare creatività e Pil, la guerra, invece, rende insicuri e ignoranti: da questi temi prenderà il via il dibattito venerdì 10 marzo, alle 20.45, a Versione Beta a Busto Arsizio, la scuola di formazione di Confartigianato Imprese Varese, in occasione della “Giornata dell’Economia Marino Bergamaschi”: il libro del professor Raul Caruso sarà al centro del dibattito, interverranno anche Davide Galli, presidente di Confartigianato Imprese Varese, Giorgio Merletti presidente di Confartigianato Imprese e Cesare Fumagalli, segretario generale.