La partecipazione politica appaga poco. L’amicizia e la famiglia donano più felicità

Oggi, 26 novembre, sono stati presentati i risultati di una ricerca volta ad indagare cosa appaghi e cosa crei sofferenza nella nostra quotidianità

– «Libertà è partecipazione: lo diceva Giorgio Gaber, e aveva ragione. Il fatto che la partecipazione alla vita pubblica, dal voto all’associazionismo, dia poca soddisfazione agli Italiani è la dimostrazione che viviamo tempi di crisi, in cui ci si rifugia in luoghi, valori e affetti privati e sicuri, come la famiglia». È questa la conclusione di Fabio Minazzi, presidente del Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione all’Università dell’Insubria, di fronte ai dati della ricerca condotta dagli studenti del secondo anno del suo corso di laurea, che come tema aveva «Felicità pubblica e felicità privata». I risultati sono stati presentati questa mattina nell’aula magna di via Dunant. «Una ricerca per la prima volta condotta a livello nazionale» precisa Franz Foti, docente di Comunicazione Pubblica e Istituzionale responsabile del progetto. La ricerca cerca di scoprire che cosa appaga e che cosa provoca sofferenza nella nostra quotidianità, intervistando un campione di 1519 persone composto per il 57% da donne e per il 43% da uomini di diversa estrazione sociale e lavorativa, prevalentemente nelle province di Varese (49,84%), Milano (14,48%), Como (10,86%), e Reggio Calabria (18,89%).

La maggior sofferenza è attribuita a chi delude la fiducia, gestisce le relazioni con arroganza o violenza, ferisce la dignità, tradisce gli affetti che complessivamente raggiunge il 45%, mentre il cattivo funzionamento delle strutture pubbliche, della burocrazia e dell’amministrazione tributaria si attesta sul 29%. Solo il 20% è attribuibile secondo gli intervistati alla sfera lavorativa e occupazionale. Di contro, tra le situazioni che maggiormente appagano e danno felicità sono collocate la famiglia, l’amicizia, l’amore, la solidarietà per un totale di 47%, relegando nelle posizioni meno significative il possesso di strumenti tecnologici, il lavoro all’estero, la capacità di sedurre, il sesso e il denaro (8%). La ricerca affronta anche l’argomento di come governare la società nel futuro: il test rivela un forte senso critico verso la politica dalla quale si pretende trasparenza e onestà (13%), e che non è ritenuta rappresentativa dei reali bisogni dal 31% degli intervistati. Una possibile conseguenza di tale diffuso senso di delusione influisce sul vasto fenomeno dell’astensionismo al voto e sulla debole partecipazione attiva alla vita civile e politica (complessivamente 10%) legata a un altrettanto scarso senso della storia (2%).