Claudio Chiappucci è sempre stato innamorato del Tour de France. Lui si è affezionato alla Grande Boucle, ed i francesi lo hanno ricambiato. Sarà stato quel suo modo di correre garibaldino, non per niente lui è il Diablo. Con le parole come in bicicletta, non si risparmia: mai banale. In Francia ha vinto, perso ed entusiasmato, senza salire mai sul primo gradino del podio agli Champs Elysées, che pure avrebbe meritato. Corsi e ricorsi storici, di un ciclismo che non c’è più. Un corridore che gli somiglia, Vincenzo Nibali, è tra i favoriti del Tour de France che scatta domani da Leeds. Coraggio, sfrontatezza, sempre all’attacco.
A mio parere, le speranze di vittoria sono poche. I due corridori che ha davanti, Froome e Contador, mi sembrano oggettivamente troppo forti. È difficile che saltino entrambi. Certo, Vincenzo se la può giocare cercando di sfruttare qualche indecisione degli altri due, e in quel caso tutto può accadere. Al Delfinato però ho visto Froome e Contador andare più forte: si sono scannati per dimostrare al rivale chi era il migliore.
Si, a volte addirittura troppo. Si può dire che è meno tecnologico rispetto agli altri due: a volte però è necessario adattarsi alla corsa, e forse Vincenzo dovrebbe migliorare sotto questo aspetto. Non so come abbia impostato la corsa, che strategia adotterà nell’arco delle tre settimane. Ma soprattutto sarà importante capire come si comporterà la Sky, che è la squadra più forte. Vincenzo ha dalla sua il vantaggio di andare forte in discesa, e con questa capacità potrà colmare un po’ il gap con Froome.
Froome e Contador a mio parere sono emblemi di un ciclismo troppo tecnologico, danno un’immagine diversa di ciò che questo sport è realmente. Anche le squadre sono totalmente tecnologizzate: i ciclisti sono sempre meno istintivi e mi sembrano alla ricerca della perfezione tattica. Alla gente piace di meno, forse perché nessuno corre più per far saltare la corsa: c’è meno coraggio.
Per me lo è, assolutamente. Io correvo sempre Giro e Tour: se fallivo il primo, c’era il secondo per riscattarsi. Il ciclismo ora ha più mezzi a disposizione, le tappe si sono accorciate e i giorni di riposo sono aumentati: eppure non c’è più nessuno che corre sia Giro che Tour per vincerli. Sono scelte che francamente non capisco, e tantomeno condivido. Questo causa pure l’invecchiamento del ciclismo.
Cioè?
I corridori arrivano fino a 40 anni perché le loro stagioni si limitano a poche grandi corse. È troppo pericoloso puntare tutto su un solo appuntamento: se fallisci quello, mandi all’aria un’annata intera. Per questo motivo si trovano a correre fino ad età avanzata: dipende dal fatto che alcune stagioni sfumano così. Io la trovo una cosa sbagliata.
Deve cercare di essere meno istintivo, un po’ più riflessivo.
No: dovrà comunque attaccare, e tanto. E soprattutto sfruttare quei momenti in cui gli altri due si guarderanno in faccia per decidere chi lo va a prendere. E poi sfruttare il suo talento in discesa: anche Contador scende bene, ma Froome no. Quindi è importante guadagnare il più possibile nelle situazioni a lui favorevoli. In sostanza quello che fece Indurain con me e Bugno vent’anni fa: sfruttò le nostre indecisioni.
Il Tour è sempre stata la mia corsa preferita, per un insieme di fattori. Ho sempre trovato l’ambiente giusto per me, una cornice che mi era ideale, sempre. Il mio ricordo più bello è sicuramente la prima maglia gialla, nel ’90: ai tempi vestirla era qualcosa di talmente grande che nemmeno te ne rendevi conto. Per di più io arrivavo al Tour dopo aver corso un ottimo Giro, però in punta di piedi. Non ero pronto per vincere, come molti corridori di oggi. Proprio per questo l’emozione fu grandissima. Poi negli anni mi innamorai sempre più del Tour, e i francesi si affezionarono a me. Ed entrare nel cuore dei francesi non è semplice, altroché. Speriamo capiti anche a Nibali.
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