Eh già: sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua». Ieri – forse per caso ma forse no – la radio ci ha buttato lì questa canzone di Vasco Rossi. Già: roba da brividi, pensando a tutto quello che sta succedendo attorno al nostro Varese. Costretto a salvarsi un’altra volta e un’altra volta ancora, dato per morto e adesso legato a un filo di speranza al quale tutti quanti ci stiamo aggrappando per non precipitare giù.
Sia chiaro: la guerra non è finita e chi canta vittoria è un pazzo, però. Però adesso c’è una luce, laggiù, in fondo a quello che sembrava essere un tunnel senza uscita. E anche se quella luce fosse soltanto un’illusione, a noi non resta che una cosa da fare. Inseguirla, e vedere poi che cosa succede.
Per il momento limitiamoci alle certezze e ai punti fermi. Ce ne sono pochi? No, ce n’è uno solo, ma è importantissimo. Il punto fermo è la vittoria, questa sì, di una città che non si è arresa ed è scesa in campo. Arrabbiata e felice allo stesso tempo. Arrabbiata perché per questa gente toccare il Varese equivale a toccare uno della famiglia, e non si scherza. Felice perché finalmente ha avuto la possibilità di giocare la sua partita, parastinchi e scarpini allacciati.
E ognuno, questa partita, l’ha giocata a modo suo. Chi (grazie e chapeau, gente della strada) invadendo la rete di messaggi rabbiosi, minacciando di boicottare banche e ribaltare il mondo se qualcuno si fosse permesso di negare un aiuto al Varese. Chi (grazie e chapeau, Attilio Fontana ) ha deciso di mettersi in gioco e di metterci faccia e ruolo istituzionale. Chi (grazie e chapeau, Nicola Laurenza) ha messo in discussione tutto e anche di più pur di rimanere aggrappato con le unghie a quella creatura che sente sua. Chi (grazie e chapeau, ragazzi della curva) ha scritto un comunicato per cercare di compattare tutti e fare fronte comune.
E allora, ecco perché la nostra radio ieri ha deciso di tirar fuori quella canzone: “Sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua”. Perché se ancora qualcuno aveva dei dubbi sulla solidità del legame che c’è tra squadra e città, ora non ha più scuse: Varese vuole il Varese, possibilmente in serie B. Siamo ancora qua: e per il momento possiamo anche permetterci il lusso di fregarcene, di quello che ci riserverà il domani. Ecco perché abbiamo deciso di titolare così il giornale: “È la vostra vittoria”. Perché questa è una di quelle partite che, comunque vada, è già stata vinta.
E allora Varese può guardarsi attorno, finalmente, e scoprirsi meno sola di quel che pensava: circondata dalla forza di gente comune e umile.Bella, bellissima sensazione: perché il Varese non è soltanto calcio. Il Varese è, pane e salame, gazzosa allo stadio e bambini portati sulle spalle. Il Varese è l’urlo dei bambini del Caccia, il Peo e mamma Licia, l’Alfredo e Luca Alfano. Il Varese è la rabbia meravigliosa dei pensionati della tribuna che poi sono gli stessi che vanno allo stadio anche il lunedì a discutere, sempre incazzati. Il Varese è un mondo che non può morire: con buona pace di chi potrebbe ma non fa, di chi dovrebbe ma non vuole, di chi sarebbe ma non è.
“Sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua”: una canzone da urlare sguaiati in una notte varesina, per festeggiare tutto quello che verrà. L’ennesima salvezza all’ultimo minuto dell’ultima partita, un altro gol di Neto, un sogno conquistato: non importa. “Sono ancora qua”: ci han provato in tanti ad ammazzarci e diavolo, se nessuno ci è ancora riuscito ci sarà pure un motivo.
Francesco Caielli
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