«La tempesta è passata. Torniamo a vivere»

Dai nostri inviati - Fabio Gandini e Alberto Coriele in Belgio per seguire la Pallacanestro Varese

«Qui è sicuro ora, perché tutto è già accaduto. A novembre le persone si tenevano lontane dal Belgio, ne respiravano la tensione: adesso, invece, non ci rimane altro che tornare alla normalità». Ian Beyst lo dice sorseggiando un thè nel soleggiato soggiorno della sua casa-albergo, posta dietro a uno dei tanti cancelli di Congresstraat che nascondono deliziosi giardini in miniatura, case basse – ma ripide nel loro slancio – e tetti aguzzi.

«Faycal Cheffou non è l’uomo con il cappello» titola in seconda pagina La Dernière Heure, uno dei pochi quotidiani in francese che si trovano in un angolo di Fiandre geloso custode dell’impronta fiamminga. Le indagini sugli attentati di settimana scorsa sono l’argomento del giorno, trattati con un mix di rabbia e ironia per i supposti errori della polizia belga. L’apertura del giornale francofono – e così fa anche il suo omologo De Standaard – è invece dedicata ai disordini perpetrati dagli hooligans davanti alla borsa di Bruxelles, nella giornata di ieri l’altro: doveva essere una marcia della pace, è finita a botte con la polizia, al grido di «questa è casa nostra». La Pallacanestro Varese, arrivata per la sfida contro i Giants, alloggia al Crown Plaza, un quattro stelle che si erge sopra lo svincolo dell’autostrada che taglia in due la nazione. Nella hall dell’hotel, solcata da uomini di affari e da zelante personale di servizio, a catturare l’attenzione c’è una bacheca recante gli avvisi provenienti dall’aeroporto di Bruxelles: riapre il 27, no il 29, forse il 30. Di sicuro non era aperto ieri: il nord del Belgio, tutto il Belgio, si raggiunge solo da remoto, da Lille, da Dusseldorf, da luoghi solo sfiorati dal terrore. In città, lunghi e squadrati viali che si intersecano perpendicolarmente e fanno da contraltare all’estetica da cartolina delle viuzze, alcuni negozi espongono il tricolore nero, giallo e rosso: succede in una boutique dietro alla Station Centraal, quella parzialmente chiusa nel martedì nero del terrorismo, e anche in Breydelstraat, dove i ristoranti si danno il cambio con le immancabili rivendite dei diamanti. Sospeso tra noncuranza, voglia di ripartire, desiderio di dimenticare e strascichi di disagio concreto, il Belgio riflesso allo specchio di Antwerpen fa emergere tutte le contraddizioni della normalità rubata dagli attentati, faticosamente lontana nella sua essenza più pura ma almeno seminata, pronta a sbocciare quando (se) arriverà la primavera della tranquillità.

«Una settimana fa ero molto pessimista e spaventato – dice Italo Martens, studente con una nonna italiana nell’ascendenza incontrato all’affollata fermata del tram numero 5 – “Now it’s over”, è passato». Il suo sguardo lancia scaglie di disincanto fuso a realismo e speranza: «Ormai abbiamo capito che è così che si comporta questa gente: cerca di infondere il panico, da noi in Europa e in Medio Oriente. Tornare a vivere la propria vita è allora un obbligo. Anche Bruxelles si sta piano piano riprendendo: il livello di allerta è sceso, vedi la gente fuori dagli alberghi, respiri».I 40 chilometri di distanza dalla capitale fanno forse tutta la differenza del mondo nel misurare il sentore della paura e quello dell’ottimismo. Sono ininfluenti, invece, nella conta di un’integrazione che anche ad Anversa è una sfida, come in tutto Belgio: per le strade il Nord Africa cammina accanto al Nord Europa, con proporzioni che l’Italia spaventata e urlante non ha mai visto, né conosciuto. La normalità tanto cercata, quella che tutto sommato si annusa sotto un cielo che cambia colori e forme con disarmante rapidità, li vede camminare vicini: «Tra di loro potrebbero nascondersi altri terroristi – guarda l’orizzonte il giovane belga – Ma bisogna continuare ad avere la forza di distinguere».