«La vita di Giada non vale sei anni. Questa non è affatto giustizia»

Stefania e Pasquale Molinaro increduli: «La legge non è uguale per tutti»

«La vita di nostra figlia non vale sei anni. Non è giustizia questa e la legge non è uguale per tutti. Da oggi lo sappiamo per certo».

Stefania e Pasquale Molinaro, i genitori di Giada, la studentessa investita e uccisa sulle strisce pedonale in viale dei Mille mentre rincasava con il fidanzato e la madre del ragazzo, lo scorso 14 settembre, dal pirata della strada Flavio Jeanne, cuoco di 24 anni, sono delusi, arrabbiati e indignati. Il giovane si era dato alla fuga, aveva ignorato per 48 ore gli appelli a costituirsi dei genitori della ragazza, aveva portato l’auto a riparare per far sparire le tracce dell’accaduto e al meccanico aveva detto di aver investito un cinghiale. Fu arrestato 48 ore dopo l’incidente: ieri è stato condannato a sei anni in primo grado: l’accusa aveva chiesto 7 anni e 8 mesi, il massimo della pena in abbreviato. Jeanne ieri non era in aula: “non ha avuto nemmeno il coraggio di venire al processo. Non ha avuto nemmeno il coraggio di guardarci in faccia. Dopo l’arresto ha detto di essere pentito. Non c’è niente di vero in questo pentimento: se ti penti ti costituisci, non cerchi di nascondere le prove», ha detto Pasquale Molinaro. I genitori di Giada ci tengono a sottolineare: «Abbiamo ringraziato il pubblico ministero per il lavoro svolto. Lui sì, ha cercato di darci giustizia per nostra figlia. Il massimo della pena possibile. Lo abbiamo ringraziato perché era giusto.

È mamma Stefania ad aggiungere: «il suo avvocato (di Jeanne) lo ha dipinto come un bravo ragazzo. Non lo è. La droga è sempre stata presente nella sua vita. Ha cancellato, nei due giorni successivi all’incidente, tutte le chat su Facebook e Instagram. Ha cancellato tutto ciò che aveva scritto sull’incidente? Sulla droga? Quando l’hanno arrestato aveva della marijuana in casa». Il padre replica, invece, a distanza a quanto asserito da Alberto Talamone, difensore di Jeanne che in sede di requisitoria ha asserito come Giada fosse al telefono, e quindi distratta, mentre stava attraversando la strada, perché il padre durante un’intervista con Barbara D’Urso aveva detto di aver ricevuto uno squillo dalla figlia poco prima dell’incidente. «Quell’ultima chiamata di Giada, quell’ultima volta che ho sentito mia figlia prima che fosse uccisa, ecco la conservo. Conservo gelosamente la

registrazione tra le chiamate ricevute – ha detto papà Pasquale – ed è ben visibile l’orario: 23.17. Mia figlia è stata investita dai 4 ai 5 minuti dopo. Lo so perché l’ha uccisa a due passi da casa: abbiamo sentito il botto. Abbiamo sentito il rumore dell’auto che investiva Giada uccidendola. Non era al telefono in quel momento. È assurdo». Giada stava attraversando sulle strisce pedonali e aveva la precedenza. “In ogni caso che fosse al telefono cosa cambia? L’ha investita, è fuggito e ha cercato di averla fatta franca”. I genitori di Giada ieri, estremamente provati, hanno guardati i compagni di scuola della ragazza. I suoi amici presenti fuori dal tribunale durante il processo: «Noi cerchiamo di andare avanti – spiegano – questi ragazzi sono meravigliosi. Sono loro che ci danno la forza, ci sostengono».

Ed è papà Pasquale alla fine a cedere alla tenerezza. La tenerezza di un padre per la figlia: «Un pensiero per Giada? Se penso a Giada mi metto a piangere. Fa troppo male».