L’Alessandria fa il cinemaIl Varese gioca e vince

L’Alessandria fa il cinemaIl Varese gioca e vince

di Andrea Confalonieri

Finisce con i giornalisti alessandrini che alzano le mani per inveire contro tutti in sala stampa e invece di chiedere le dimissioni dell’allenatore Foschi (condotta suicida, quasi tragica per i suoi) urlano "ladri, ladri, ladri" ai varesini, altro che ultras. Finisce con il padre di Alec Bolla, gravemente infortunato dopo l’intervento duro ma involontario di Camisa dello scorso febbraio, che aspetta Sannino nel parcheggio davanti allo stadio fino al provvidenziale intervento della polizia. Non c’è da stupirsi di nulla dopo avere visto una signora piemontese chiudere il computer e gli articoli levando l’indice contro Sannino: «Quello deve stare zitto – ha detto davanti a molti testimoni, ma non al diretto interessato – Bolla fuori per nove mesi e lui nemmeno una telefonata di scuse». Non c’è da stupirsi se il frutto malato dell’odio, cavalcato per mesi senza sosta, è questa partita da Far West in cui da parte grigia non esiste il rispetto degli avversari, dell’arbitro, del pubblico e, quel che è peggio, del calcio. Non c’è da stupirsi se si arriva a tanto, cioè in fondo a un buco nero che stringe il cuore dopo un crescendo di provocazioni, attacchi e posizioni estremiste in cui il Varese è dipinto da un anno come il diavolo usurpatore spalleggiato da politici, fischietti, federali e l’Alessandria come la vittima di questo concentrato di poteri nemici. Chi semina vento, raccoglie tempesta e allora quando giochi la partita – come la vita – nell’ombra, nascondendoti alle spalle degli

avversari e provando a speculare su tutto (fuorigioco, falli, rimesse, lamentele), succede che alla fine cadi. E lo fai molto peggio rispetto a quello che sarebbe successo affrontando a viso aperto, da uomini a uomini, il Varese.Il geniale Foschi, sapendo che a Sannino mancavano i pilastri difensivi Camisa e Bernardini, invece di infilare la lama di Rodriguez, Artico e Fantini nel burro, che ti combina? Mette i suoi in riga dietro la metà campo a perdere tempo su tutto per trascinare stancamente in fondo lo 0-0, come non si vedeva più fare dai tempi dei due punti. Contrastare, tergiversare, annientare: riducendo una bella squadra come l’Alessandria a ben poca cosa, il tecnico ha esposto i nervi dei suoi a consumarsi lentamente, fino alla sequela di espulsioni causata da una tattica frustrante, umiliante e piccola per i suoi stessi grandi attori.La forza del Varese è stata quella di rimanere se stesso e giocare come se nulla fosse di fronte all’imperversare del destino: fuori tre pezzi da novanta (Corti in tribuna, bentornato), dentro Ebagua e Zecchin col febbrone più Buzzegoli su una gamba. La forza è in questa squadra senza nome e senza volto, con un’unica grande V all’altezza del cuore. L’aveva già fatto Mario Belluzzo in mattinata, infilando la Pro Vercelli nonostante sei assenze, tutto l’attacco più il portiere, con la forza dei suoi allievi. E di quell’amore che batte sempre l’odio, racchiuso in una V che unisce e non divide.

a.confalonieri

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