VARESE Simone Moro alle dieci del mattino è già in piedi da sei ore, si è fatto venti chilometri di marcia, un volo in elicottero, e si prepara per l’intervento che dovrà fare domani alle 21 nell’aula magna dell’Insubria, ospite del festival del racconto insieme all’esperto di alpinismo Luigi Zanzi e al giornalista Lorenzo Scandroglio. Moro, bergamasco, 44 anni, è uno tra i più grandi alpinisti viventi, uno che arrampica fin da adolescente, capace di infilare tre ascensioni invernali sugli Ottomila, unico uomo nella storia, reduce da 36 spedizioni extraeuropee, quattro volte in vetta all’Everest di cui ha anche compiuto la traversata sud-nord. Parlando con lui, la mente va subito al suo conterraneo Walter Bonatti, scomparso il mese scorso.«Lo conoscevo bene e con il telefono satellitare lo chiamavo ovunque mi trovassi durante le spedizioni invernali e dalla Cina. Lui rimarrà irraggiungibile, con Messner è stato il più completo alpinista».Ha tempo di pensare mentre arrampica?Nel momento dell’azione, della contrazione muscolare per salire, non penso ad altro se non alla tecnica, non ho pensieri extra alpinistici. Ciò non vuol dire essere cieco e sordo, ma ascoltare
ogni segnale del corpo. Questo mi ha permesso di arrivare a casa vivo dopo 44 spedizioni.Perché l’uomo ha questa smania di salire in alto?E’ una pulsione, come l’amore. Non ci chiediamo perché una persona ci piace, non seguiamo la ragione, lo stesso avviene con l’ascensione in montagna e le grandi imprese in generale. Se Marco Polo avesse pesato i pro e i contro della sua spedizione, non si sarebbe mosso da casa. L’esplorazione è un colpo di genio, un moto irrefrenabile. Ciò che mi spaventa, invece, è l’ambizione fine a se stessa, di chi fugge dalla vita per rifugiarsi nell’alpinismo.Lei è stato alpino: cosa le è rimasto di quegli anni?E’ stata un’esperienza splendida, sono stato tenente a capo di 390 uomini ai tempi della guerra del Golfo. Quella degli alpini è l’unica arma dell’esercito che opera in modo globale, in Africa a costruire scuole come a pulire i sentieri di montagna. Il senso di appartenenza è una questione civica e morale. Mi spiace non ci sia più la naja, non è corretto essere totalmente anarchici, ai giovani serve una disciplina che li formi moralmente.Mario Chiodetti
s.bartolini
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