VARESE «Aiutatemi a trovare un lavoro e una casa, altrimenti farò la fine di mio padre». Katja Napolitano, una delle figlie di Mario, il clochard che è morto nel mese di dicembre mentre dormiva in centro Varese, fa appello alle istituzioni e alla generosità di tutti. Non ha una casa e non ha un lavoro. E ha una figlia piccola di 4 anni e una di 19 a carico. A luglio, a seguito di uno sfratto, dovrà lasciare la sua abitazione di Azzate. «La situazione è questa – spiega la donna – Nel 2009 il mio compagno ha perso il lavoro. È stato licenziato a seguito di un problema di salute. Era una assistente tessile in un’azienda di Legnano. Ha dovuto sottoporsi a due operazioni chirurgiche e, dovendo ridurre il personale, l’azienda gli ha dato il benservito a gennaio 2009. Da quel momento in poi abbiamo fatto fatica ad andare avanti. Io lavoro due ore e mezzo al giorno come operaia addetta alle pulizie. In totale, porto a casa 300 euro al mese. Nel 2010 abbiamo provato a parlare con l’amministrazione di Azzate, comune dove viviamo ora, ma non abbiamo potuto ricevere alcun aiuto. Abbiamo chiesto il pacco alimenti alla Caritas e ne abbiamo ritirato uno a settembre». «Successivamente – prosegue la donna nel suo racconto – ringraziando il cielo, alcuni amici ci hanno dato una mano con i soldi. Poi, come un fulmine, ci è stato certificato lo sfratto. Con queste premesse non possiamo prendere in affitto un’altra casa. Alla situazione si sommano i drammi personali. A
dicembre è morto mio papà. A febbraio è morta anche mia mamma. Abbiamo sulle spalle due funerali. L’8 luglio è prevista la seconda uscita dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto. Non so cosa fare. Va a finire che metto una tenda da qualche parte, magari in centro Azzate. Ho parlato anche con il sindaco Attilio Fontana per chiedere un alloggio a canone moderato, ma sono molte le richieste ed è difficile salire in graduatoria. Anche quella strada si preannuncia dunque poco percorribile». Di qui l’appello ai varesini, che tanto bene volevano a Mario: «Chiediamo una casa e un lavoro. Magari qualcuno leggendo questo appello ci vorrà aiutare. Siamo gente orgogliosa, vogliamo darci da fare e non pensavamo di dover ricorrere ad un articolo di giornale per far presente la nostra situazione alla città». Katja ha una bambina piccola, aspetto che rende il suo caso è ancora più problematico. «L’altro giorno – prosegue – mi sono recata ancora dai servizi sociali che mi hanno proposto di aiutarmi con l’alloggio, con il pagamento della cauzione più una mensilità che dovrò restituire. Ma io non so davvero dove poter trovare una casa e comunque resta il problema del lavoro. Qui va a finire che si resta tutti in strada, come mio padre Mario. Non ero al corrente della sua situazione, ma posso capire come abbia fatto a ridursi così. Trovarsi soli e impossibilitati a far fronte anche alle necessità più basilari è più facile di quanto si possa pensare». Per comunicare con Katja è possibile utilizzare questo indirizzo emali: [email protected]. Adriana Morlacchi
s.bartolini
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