Le lacrime del Franco Ossola “Siamo nelle mani di Rosati”

Le lacrime del Franco Ossola “Siamo nelle mani di Rosati”

VARESE Il Franco Ossola non è mai stato un posto amico della normalità: gli eccessi e la follia ne hanno impregnato finanche le mura. Quello di ieri è stato l’ennesimo pomeriggio paradossale, varesinissimo, surreale nel suo carico di drammaticità. Piangevano tutti, dal cielo al Dante del bar: a guardare le facce e a scrutare gli occhi bagnati di lacrime sembrava che il Varese fosse retrocesso in Eccellenza, e non che avesse appena sfiorato la serie A. Gli addii non piacciono a nessuno, specie quando al dolore umano e sacrosanto per una persona a cui si vuole bene che se ne va si unisce la paura dell’incertezza e del futuro.Sannino piange e sgomma via sulla sua Audi, abbassa i finestrini per salutare tutti a modo suo con Marco Masini che a tutto volume canta “Vaffanculo”. I giocatori se ne vanno alla spicciolata dopo l’ultimo discorso in spogliatoio nel chiuso di quelle mura dove è nato tutto: nessuno saprà mai cosa si siano detti là dentro Sogliano, Sannino e la squadra, da fuori arrivava solo il rumore degli applausi che ogni tanto (quattro volte, abbiamo tenuto il conto) partivano a interrompere quelle parole d’addio. Pesoli carica moglie e figli sulla macchina, a chi gli chiede cosa succederà lui risponde solo: «Dipende da loro», indicando gli uomini della società. Lele Bellorini interpreta il pensiero di quasi tutti sussurrando: «Confidiamo in Rosati, che tirerà fuori gli attributi e resisterà a tutto», il mitico Olly saluta tutti soffocando ognuno con un abbraccio forte e sincero. In tanti pensano all’Alfredo e a quanto stia soffrendo anche lui in questo pomeriggio di lacrime, in questi giorni di addii.Ma gli occhi di tutti sono rivolti alla Porsche bianca di Luca Sogliano, parcheggiata davanti all’uscita degli spogliatoi: la gente vuole fuggire da una realtà che è già scritta, la gente vuole sentirsi dire da lui che il suo futuro è ancora colorato di Varese. Ma non può succedere. Sogliano non dice nulla, perché non può dire quello che la gente vorrebbe sentire. Le sue parole sono chiare, il suo sguardo è quello di un uomo che sta vivendo una tempesta di sentimenti, con il cuore e la ragione che fanno a pugni: «Tra poche ore mi vedrò con Zamparini, che mi vuole al Palermo e prenderò una decisione. E’ giusto

che parli con lui, ed è giusto che gli dia una risposta: Zamparini ha avuto la correttezza di rispettare la mia richiesta che era quella di aspettare la fine dei playoff, io ora devo essere altrettanto corretto e scegliere in tempi brevissimi». Cosa che, puntualmente, farà in tarda serata. Sogliano sta male, glielo si legge negli occhi: quegli occhi che non sono mai stati capaci di dire una bugia e che negli ultimi anni sono stati un’ancora di salvezza, una garanzia sul domani. Sono occhi di chi dice addio a tutto ciò che è sempre stato suo: «Ve lo comunicherò di persona – aggiunge – con quella sincerità che è sempre stata un mio punto d’onore. Ora è arrivato il momento di smettere di piangere: abbiamo pianto, io per primo, per due giorni e ora bisogna guardare avanti. O, per lo meno, cambiare il sapore delle nostre lacrime: fino a ieri erano lacrime di rabbia per un sogno sfumato, da oggi diventeranno lacrime di dispiacere per saluti e addii che fanno male a tutti». Addii come quello di Sannino, sul quale Sogliano vuole tornare: «So che qualcuno ci è rimasto male, che a molti è sembrato brutto il modo e i tempi con cui il mister ha scelto di andarsene. Io non lo giudico, o meglio: non lo giudico per quello che ha fatto da domenica sera, ma per quello che ha fatto fino a domenica sera. Lo giudico per i tre anni passati qui e per i risultati che ha saputo cogliere, e basta. Poi, ognuno ha il suo carattere e il proprio modo di fare: io ho preferito aspettare qualche giorno in più prima di prendere la mia decisione, lui ha deciso di andarsene poche ore dopo la fine dell’ultima partita. Ma sono scelte molto personali, che nessuno può permettersi di giudicare».Fuori restano altre lacrime. I ragazzi della curva, quelli che tutti i lunedì si trovano allo stadio per passare un pomeriggio a urlare di calcio, la gente del Goalasso. Ma ci sono anche dei sorrisi, grida, giochi: i bimbi della Scuola Calcio che stanno giocando con il Caccia, loro ridono. E’ il loro modo di salutare, di dire addio, di dire grazie: giocano e gridano, e tutto il mondo vorrebbe avere la forza di essere come loro.Francesco Caielli

s.bartolini

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