ROMA – Doveva essere un investimento strategico, si sta trasformando in una vera e propria scalata. Poste Italiane accelera su Tim e annuncia a sorpresa un’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) da circa 10,8 miliardi di euro per conquistare il controllo del principale operatore telefonico italiano.
L’obiettivo è chiaro: costruire un grande gruppo integrato sotto controllo pubblico, capace di presidiare telecomunicazioni, servizi digitali e infrastrutture strategiche.
L’offerta: azioni più contanti
L’operazione prevede che gli azionisti di Tim ricevano 0,0218 azioni Poste per ogni titolo posseduto, oltre a una componente in denaro pari a 16,7 centesimi per azione. Il premio rispetto all’ultima chiusura di Borsa è poco superiore al 9%, un livello che lascia spazio a valutazioni e possibili tensioni tra gli investitori.
Condizione decisiva per il successo dell’operazione è il raggiungimento del 66,67% del capitale. Se l’obiettivo verrà centrato, Poste punta a ritirare Tim dalla Borsa entro la fine dell’anno.
Nasce “PosTim”: numeri e dimensioni
Dall’integrazione tra i due gruppi nascerebbe una realtà imponente. Il nuovo soggetto avrebbe ricavi per circa 26,9 miliardi di euro, un margine operativo di 4,8 miliardi e oltre 150 mila dipendenti.
La forza starebbe soprattutto nella capillarità: 13 mila uffici postali, 4 mila punti vendita Tim e una rete di oltre 49 mila partner sul territorio. A questo si aggiungerebbero più di 19 milioni di clienti digitali, destinati a confluire nell’ecosistema digitale di Poste.
L’idea industriale è quella di costruire una piattaforma integrata capace di unire logistica, servizi finanziari, assicurativi e telecomunicazioni, con Tim nel ruolo di motore tecnologico.
Sinergie e rischi dell’operazione
Poste stima sinergie complessive per circa 700 milioni di euro. Da un lato risparmi per 500 milioni, legati soprattutto al minor costo del debito di Tim grazie alla solidità finanziaria del gruppo Poste. Dall’altro, 200 milioni di maggiori ricavi attraverso la vendita incrociata di servizi.
Il costo dell’integrazione è stimato in circa 700 milioni, segno che l’operazione sarà complessa e richiederà tempo per andare a regime.
Una scelta industriale ma anche politica
L’operazione segna un passaggio rilevante anche sul piano politico-industriale. Con il Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti già azionisti di riferimento di Poste, il nuovo gruppo resterebbe saldamente sotto controllo pubblico.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare la cosiddetta “sovranità digitale”, garantendo investimenti su infrastrutture strategiche, cloud, cybersicurezza e gestione dei dati.
Un nuovo equilibrio nel mercato
Se l’operazione andrà in porto, cambierà profondamente l’assetto del settore delle telecomunicazioni in Italia. Il nuovo gruppo diventerebbe l’attore dominante, con oltre 24 milioni di clienti nella telefonia mobile e una presenza trasversale su più segmenti.
Resta ora da capire quale sarà la risposta del mercato e degli azionisti Tim. Perché al di là delle ambizioni industriali, la partita si giocherà sulla credibilità dell’offerta e sulla capacità di convincere chi oggi detiene le quote del gruppo telefonico.













