Le prime parole di Stefano Binda: «Non ho ucciso Lidia Macchi»

Riesame - Ieri l’udienza a Milano. Il legale della famiglia della studentessa: «Dica tutto quello che sa»

«Non c’entro nulla con l’omicidio, non ho ucciso io Lidia, non ho inquinato le prove né potrei farlo». , brebbiese di 49 anni, arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver stuprato e ucciso Lidia Macchi, studentessa varesina di 20 anni, il 5 gennaio 1987, ieri ha parlato per la prima volta dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere sia con il gip , sia con il sostituto procuratore generale di Milano che coordina le indagini. , legale della famiglia Macchi, ha rilanciato: «Se Stefano Binda è davvero innocente come continua a ripetere – ha commentato Pizzi – è bene che dica una volta per tutte tutto ciò che sa».

Il quarantanovenne ieri ha rilasciato delle brevi spontanee dichiarazioni davanti ai giudici del tribunale del Riesame di Milano in seno all’udienza per la discussione dell’impugnazione presentata dai sui legali,e , della proroga di tre mesi della misura di custodia cautelare in carcere a carico del brebbiese.
Binda, apparso estremamente provato dal regime carcerario e dimagrito di 18 chili, ha parlato per pochi minuti ribadendo la propria innocenza, sottolineando come non abbia mai inquinato le prove, visto che l’estensione di tre mesi della misura di custodia cautelare in carcere si fonda proprio su questa particolare esigenza sottolineata dal pm, e aggiungendo di avere «piena fiducia negli inquirenti. In quanto convinto che dall’inchiesta emergerà la verità e la mia innocenza sarà provata».
Per la difesa, Binda dovrebbe affrontare il processo «da uomo libero, perché gli inquirenti possono fare tutto anche senza tenerlo dentro, non c’è bisogno di lasciarlo in carcere».
Da tutto ciò che è stato depositato agli atti finora, hanno chiarito i difensori, «non c’è nulla che lo leghi all’omicidio e che renda sussistente il pericolo di inquinamento probatorio», esigenza cautelare prorogata dal gip di Varese di altri tre mesi. Restano ferme, invece, le altre due esigenze cautelari e, tra l’altro, la Cassazione nei mesi scorsi ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare respingendo un ricorso della difesa.
Tra le prove a carico di Binda gli inquirenti considerano di estrema rilevanza la lettera anonima In morte di un’amica, recapitata a casa Macchi il 10 gennaio del 1987 giorno dei funerali di Lidia. Da subito si ipotizzò che quella lettera potesse essere stata scritta dall’assassino della ragazza o da qualcuno che molto sapeva sul delitto. Una perizia grafologica ha attribuito quella lettera a Binda: è da quello spunto che si è giunti all’arresto dell’uomo. Oggi Pizzi chiede a Binda «se è innocente dica quello che sa. A partire dalla lettera In morte di un’amica che con certezza è stata attribuita a lui».
Binda per contro ha sempre negato di aver scritto la missiva al centro dell’inchiesta. I giudici del Riesame si sono riservati. La decisione potrebbe tardare ad arrivare: i magistrati hanno 45 giorni per depositare la sentenza con motivazioni contestuali. Il 15 luglio prossimo scadranno i termini di custodia cautelare per il quarantanovenne.
Se il Riesame accoglierà il ricorso Binda potrebbe tornare libero, almeno che la procura generale non chieda un’ulteriore proroga sulla base delle altre due esigenze di custodia cautelare ovvero pericolo di fuga e reiterazione del reato. E’ una guerra di strategia tra accusa e difesa, mentre i legali di Binda sottolineano come l’uomo abbia collaborato alle indagini fornendo subito il proprio Dna e tutti i codici per permettere agli inquirenti di accedere a cellulare e Pc.