Ergastolo per Alessandro Argenziano: la Corte d’Assise presieduta dal giudice Orazio Muscato (Cristina Marzagalli a latere) ha accolto in toto la ricostruzione dell’accusa condannando l’imputato anche a due mesi di isolamento diurno al termine di una camera di consiglio durata 45 minuti. Fu femminicidio e il quarantenne varesino accusato di aver assassinato la moglie, Stefania Amalfi, 28 anni, nella loro abitazione di via Conca d’Oro a Varese nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2015, è stato condannato ieri al fine pena mai, con tutte le aggravanti contestate riconosciute a cominciare dalla premeditazione che sola basterebbe a giustificare l’ergastolo.
Per la Corte d’Assise, in primo grado, Argenziano maltrattò, arrivando a picchiarla in più occasioni la moglie, e ne progettò l’omicidio con lucido calcolo. Le somministrò un farmaco incompatibile con le patologie di cui Amalfi soffriva al fine di sedarla, di renderla inerme e incapace di reagire. Quindi la soffocò con un cuscino o con il piumone. «Abbiamo avuto giustizia – ha commentato ieri tra le lacrime Anna Nunner, la mamma di Stefania costituitasi parte civile insieme agli altri suoi figli e al padre della vittima assistita dagli avvocati Alessandra Sisti e Furio Artoni – Stefania ha avuto giustizia: più di così non potevamo ottenere».
Mamma Anna si ferma un istante sopraffatta dalle emozioni e cede poi al dolore che da due anni non la lascia mai. «Certo Stefania non c’è più – dice – Certo questa condanna, giusta e sacrosanta per la quale ringrazio la procura e i giudici, non riporta in vita la mia bellissima figlia. Dolore e rabbia mi travolgono ogni giorno quando vado sulla sua tomba: è morta a 28 anni. Aveva tutta la vita davanti, non ha avuto
nemmeno un istante di felicità con lui e poi quel mostro l’ha uccisa». Confermato anche il movente economico: Argenziano per l’accusa uccise per incassare i circa 30 mila euro della polizza sulla vita della moglie di cui era unico beneficiario. Il dettaglio dell’ossessione del quarantenne per i soldi è più volte emerso durante il processo: «Mia figlia – spiega la madre di Stefania – in più occasioni mi chiamò supplicandomi di mandarle del denaro da consegnare a lui».
Nunner ha ribadito quanto già testimoniato in aula: «Stefania mi diceva manda i soldi oppure mi ammazza o ammazza uno di voi». L’accusa ha descritto Argenziano come un violento, con capacità manipolatorie che aveva completamente soggiogato la moglie: le aveva tolto persino il cellulare, gestiva le spese domestiche. Amalfi dipendeva in toto da lui che su di lei, definita come «persona fragile» (era inabile al 100% così come il marito) aveva ormai preso il totale controllo. Argenziano controllava ogni ambito della vita familiare arrivando a costringere la moglie ad avere anche cinque rapporti sessuali nell’arco della giornata. Soddisfatti della sentenza Artoni e Sisti, che tra l’altro sono tra i fondatori dell’associazione Gea in soccorso delle donne vittime di violenza: «La Corte ha riconosciuto la grande pericolosità sociale di Argenziano con una sentenza inequivocabile. E’ un messaggio forte e molto importante. È stata fatta giustizia».













