– Made in, un’occasione persa per il sistema Italia e per l’industria di tutto il Continente europeo.
Non ce l’ha fatta l’Italia a far passare l’obbligatorietà dell’etichetta con l’indicazione della provenienza di tutti i prodotti, anche quelli non alimentari.
Al termine del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea, è stato lo stesso premier Matteo Renzi, ieri a Strasburgo, a riconoscere e rammaricarsi per la sconfitta del “Made in”.
Gli strali degli avversari politici sono infuocati. Mentre l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e il Sistema Confindustria torna sul tema per ribadire l’importanza della tracciabilità dei prodotti, a tutela degli interessi delle produzioni italiane ed europee anche di fronte alla possibile liberalizzazione degli scambi commerciali tra Europa e Stati Uniti.
La delusione degli industriali varesini era già stata dichiarata dal presidente Giovanni Brugnoli a dicembre, quando il sentore che il Governo non ce l’avrebbe fatta a portare a casa dal Consiglio europeo un provvedimento sul “ Made in” è diventato realtà.
«Condividiamo con il presidente del Consiglio Matteo Renzi le perplessità espresse oggi (ieri, ndr) nel suo intervento al Parlamento Europeo sulla “incomprensibile resistenza che alcuni Paesi stanno facendo” sul tema del Made in. Non fosse altro perché questa non-scelta sull’adozione di un’etichettatura obbligatoria sull’origine dei prodotti è palesemente in contrasto con gli stessi obiettivi comunitari di arrivare ad una quota del 20% del Pil continentale prodotto dal sistema manifatturiero», ricorda il presidente Brugnoli. E proprio la meta del 20% del Pil continentale affidata al sistema manifatturiero, sarebbe più facilmente raggiungibile con una regolamentazione del Made in, «alla propria portata più di qualsiasi incentivo economico o fiscale», sottolinea il numero uno degli Industriali varesini.
«Anche sotto questo punto di vista il Consiglio Ue ha perso, durante il semestre di Presidenza italiana, un’occasione. Con un intervento di sostegno all’industria del Continente che sarebbe per di più a costo zero», insiste e ricorda Giovanni Brugnoli.
«Come Unione Industriali e Sistema Confindustria continueremo a ribadire come la battaglia per l’adozione del Made in debba essere combattuta con sempre più forza e convinzione del passato, per tutelare gli interessi delle produzioni italiane ed europee anche di fronte alla possibile liberalizzazione degli scambi commerciali tra Europa e Stati Uniti qualora si arrivasse ad un accordo sui negoziati di cui è oggetto il trattato internazionale Ttip, Transatlantic Trade and Investment Partnership».
Un accordo in discussione con gli Usa che, evidenzia il presidente Univa, «una normativa a tutela del proprio Made in già ce l’ha».
Il treno del semestre europeo è stato perso. Ma dagli industriali varesini si alza la voce di una volontà niente affatto persa o abbandonata. «Speriamo e faremo di tutto perché l’Italia continui, anche senza lo scettro della presidenza, a insistere in sede Ue su questo tema fino ad un provvedimento di adozione definitivo in sede di Consiglio Europeo», avanza Brugnoli. «Questa rimane per l’industria italiana una delle priorità nel necessario cambio di passo che l’Unione Europea deve far suo per spingere verso una nuova politica di sviluppo dell’economia».













