L’ultima beffa dell’Europa Il “made in” va via del tutto

Niente più obbligo di indicare in etichetta il luogo di produzione. Comi (Fi): «Fallimento dell’Italia». Coldiretti: «Che danno»

– Made in Italy, un altro colpo alle nostre eccellenze agroalimentari: cade l’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione. «Ennesima dimostrazione del fallimento del semestre di presidenza italiana dell’Ue» per l’eurodeputata varesina Lara Comi, che ha seguito direttamente il dossier sul “made in” a Strasburgo e Bruxelles.L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi, dopo l’entrata in vigore della nuova etichetta europea per

i prodotti agroalimentari. Il nuovo regolamento europeo numero 1169 del 2011, che risale a quattro anni fa ma è entrato in vigore solamente l’11 dicembre scorso, non prevede più l’obbligo di indicare lo stabilimento della produzione, con tanto di nazionalità e indirizzo, obbligo che era stato introdotto in Italia 23 anni fa (era la legge 109 del 1992), proprio a tutela del Made in Italy.

Di conseguenza, nessun consumatore può più sapere se il prodotto alimentare che trova sullo scaffale del supermercato è stato effettivamente prodotto in Italia o in un altro paese europeo, magari quelli in cui le regolamentazioni e i controlli sulle materie prime sono meno stringenti che non da noi.
Un vero colpo al Made in Italy, che subisce pesanti conseguenze dal cosiddetto fenomeno dell’“italian sounding”, la vendita all’estero di prodotti dal nome italianeggiante che in realtà non hanno nulla a che vedere con la nostra industria agroalimentare. «Il problema non è tanto nell’etichetta, quanto nella tracciabilità della produzione e delle materie prime – sottolinea l’eurodeputata di Forza Italia Lara Comi – il luogo di provenienza indicato in etichetta con la dicitura “made in” si riferisce al luogo in cui si è svolta la principale fase di trasformazione, ma non c’è una vera tracciabilità».

«Così una salsa di pomodoro cinese, trasformata in Italia, può fregiarsi dell’etichetta Made in Italy, analogamente ad una pasta prodotta in Italia con del grano Ogm proveniente dal Canada. Così mangiamo qualcosa che ha ben poco di eccellente e di Made in Italy e non lo sappiamo». Per Comi questa è «un’ulteriore dimostrazione del fallimento totale del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, che aveva l’opportunità di portare a casa un risultato molto atteso dalle nostre imprese».
Ora nel parlamento italiano è stata approvata una mozione per la revisione della norma comunitaria, anche se l’iter sarà tutt’altro che semplice e l’impressione è che la frittata sia stata fatta.
«Noi siamo per la tracciabilità completa della filiera dell’agroalimentare – fa sapere il presidente di Coldiretti Varese Fernando Fiori – Più c’è scritto, possibilmente ben chiaro e in caratteri ben leggibili, e meglio è. Per i nostri produttori il Made in Italy è solo un vantaggio, ma anche per il consumatore che sa quello che acquista e può scegliere liberamente cosa mettere in tavola».
La stessa Coldiretti aveva in parte promosso alcune novità previste dal regolamento comunitario, che al di là dello “svarione” sulla tracciabilità ha introdotto qualcosa di positivo.
Le etichette devono essere scritte in modo leggibile con caratteri più grandi e più chiari e devono riportare più informazioni, dando maggiore evidenza sulla presenza di sostanze allergizzanti o che procurano intolleranze, sull’indicazione del tipo di oli e grassi utilizzati, sulla data di congelamento, e fornendo informazioni sullo stato fisico degli ingredienti utilizzati per impedire di scrivere “latte” se si usa latte in polvere o proteine del latte.