Milano, 19 giu. (Apcom) – Viveva sull’isola di Lanzarote, nelle Canarie, dove si era esiliato in seguito al clamore e alla rabbia suscitate dal suo romanzo “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Ma l’intera carriera di José Saramago, morto ieri a 87 anni, probabilmente il più grande scrittore europeo e uno dei più importanti al mondo, è stata costellata di polemiche per le sue prese di posizione senza compromessi, tanto in tema di politica quanto di religione.
Il successo è arrivato molto tardi, nel 1980, con “Una terra chiamata Alentejo”, ma da quel momento in avanti ogni suo libro ha segnato tappe importanti per la letteratura portoghese ed europea, con capolavori assoluti come “L’anno della morte di Ricardo Reis” (1984), “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), “Cecità” (1995). Fino al suo ultimo romanzo, “Caino”, pubblicato in Italia solo poche settimane fa, tra l’altro a breve distanza dai “Quaderni di Lanzarote”, estratto dei suoi diari uscito nel nostro Paese in primavera.
Irriverente verso l’autorità e profondamente intriso di umanesimo, Saramago ha inventato una prosa unica, fatta di una sorta di continuo dialogo interiore nel quale non trovano spazio i vincoli più rigidi della punteggiatura.
Saramago, inscritto al Partito comunista portoghese da fine anni Sessanta, ha anche preso dure posizioni politiche. Nel suo “Cecità”, sulle orme della Peste di Camus, ha descritto la follia totalitaria sotto forma di malattia della vista. Ma in Italia sono note soprattutto le sue polemiche con Silvio Berlusconi, che tra l’altro lo scrittore ha definito “un delinquente”. Per l’accusa di diffamazione nei confronti del Cavaliere una diversa edizione del suo “Quaderno” è stata rifiutata da Einaudi, parte del gruppo Mondadori, ed è apparso per i tipi di Bollati Boringhieri.
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