Varese-Così forte da fermare un mondo intero, così grande da togliere il fiato, così vera da unire tutti in una commozione collettiva. Mai ci era capitato di avere a che fare con qualcosa di tanto ingiusto come è stata ingiusta la morte di Piermario Morosini, calciatore e ragazzo, crollato mentre inseguiva un pallone sul prato dello stadio di Pescara. Mai avevamo assistito a un dolore tale, capace di farsi toccare con mano in ogni angolo, in ogni bar, in ogni discorso. Una sofferenza globale ma allo stesso tempo personale, una sofferenza amplificata dalla rete ma allo stesso tempo umana e vera.
Abbiamo compreso e fatto un po’ nostro il dolore di Rolando Maran, che per due anni aveva allenato Morosini a Vicenza e che lo vedeva un po’ come un figlio. Alla notizia, il mister del Varese si è chiuso in un doveroso silenzio che è durato fino al pomeriggio di ieri quando i pensieri si sono riordinati e la mente ha elaborato le prime parole rotte dal pianto. «Piermario – ha detto Maran – era un meraviglioso spot per i giovani: tutti quanti avrebbero dovuto conoscere lui e la sua storia, per provare ad assomigliargli. Impossibile non ricordare la sua serietà, la sua puntualità, il suo saper fare sempre la cosa giusta al momento giusto, la sua positività. Era capace di essere d’aiuto a tutti. Io penso ad un figlio, e mi viene in mente che tutti i padri del mondo vorrebbero avere un figlio come lui».
Parlare di Piermario Morosini significa anche parlare della sua storia, dei genitori persi nel giro di due anni, della morte di un fratello e di quella sorella chiusa in una clinica. «Conosco personalmente la sua famiglia – ha continuato Maran – e tutti quelli che gli stavano vicino conoscevano la sua situazione difficile. Eppure Piermario non ha mai fatto pesare a nessuno i suoi problemi, non ci si è mai nascosto dietro e non si è mai pianto addosso: anzi, quando c’era qualcuno da tirare su, quando c’era da dire una parola di aiuto, lui era sempre il primo». Delle centinaia di foto che ora girano sul web, non siamo riusciti a trovarne una in cui Piermario non fosse sorridente. E al di là della retorica, è stato bellissimo sentire la sua fidanzata Anna che all’uscita dell’obitorio, dopo averlo salutato per l’ultima volta,
ha detto “Era bellissimo, sembrava sorridesse”. «Io credo che voler bene a un ragazzo di venticinque anni sia normale e ovvio, ma con lui era diverso. Volergli bene era automatico e scontato, davvero era impossibile non amarlo e non trattarlo come un figlio». E in questo senso allora vanno letti tutti i segni che Morosini ha lasciato nei posti in cui ha giocato, nelle persone che ha conosciuto. Dai compagni di squadra del Livorno, squadra nella quale giocava solo da qualche mese, fino a quelli dell’Udinese, che deteneva il suo cartellino: i due presidenti hanno detto che le due società si impegneranno ad aiutare economicamente la sorella, rimasta sola e gravemente malata. «Bellissimo gesto – ha detto Maran – perché questa è davvero una situazione limite e fuori dal normale: una cosa del genere è troppo grossa, troppo forte e questa famiglia dev’essere aiutata».
Pochi pensieri, poca voglia di parlare, tanta commozione: Maran torna nel suo silenzio composto e dignitoso. «Giusto – ha aggiunto alla fine – che tutti i campionati si siano fermati: questo era il suo mondo, questo era tutto ciò che apparteneva a Piermario e il suo mondo si è voluto fermare a riflettere. E poi nessuno di noi sarebbe stato in grado di scendere in campo e giocare a calcio con la mente serena, come dovrebbe sempre essere nel nostro mestiere».
Francesco Caielli
p.rossetti
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