di Max Lodi
VARESE «Un sogno. Il primo pensiero tornando a Varese come direttore generale della Juve è stato proprio questo: un sogno». Banale? Ma no, che non è banale. È sincero, Beppe Marotta. Modesto e diretto, come sempre. Sta qui, nel fresco salotto del Palace Hotel un tempo meta dei ritiri dell’Inter di Herrera e del Milan di Rocco, in grisaglia, camicia a righe biancoblù e mocassini lucidi, ma dentro di sé rimane, è rimasto, il ragazzo d’una volta. Ripiega la giacca con cura, la posa sulle ginocchia, s’aggiusta gli occhialini di metallo leggero. «Che cosa provo guardando sotto una diversa luce professionale Varese? Provo emozione. Forse anche commozione. Rivedo luoghi che mi richiamano persone, persone che mi rimandano a sentimenti, sentimenti che hanno il sapore agrodolce della nostalgia».La nostalgia d’un passato che non si scorda. E che s’impasta nel presente. Le architetture Liberty del grand’albergo, le poltrone di cuoio che evocano l’antico, la penombra che tiene lontana l’afa d’un dopopranzo torrido, invitano a qualche confessione retrò. «La Juve poteva essere un traguardo raggiunto già un anno fa, ci furono contatti e incontri, poi il destino decise diversamente. Adesso il destino ha cambiato idea, ed eccomi dove avrei potuto essere da un bel po’ di tempo». Un posto, un incarico, una società scomodi? Sì, scomodi. E però ambiti. «La Juve è il massimo e ti chiede il massimo. Dunque so che mi aspetta un compito difficilissimo. Anzi, so che questo è qualcosa più d’un compito. È un’avventura».Avventura nel senso d’impresa a elevato rischio. La Juve ha fallito l’anno scorso, non le sarà perdonato nulla quest’anno. Ma ce la si può fare, a darle ciò che pretende. «Mi affido – dice Beppe – alla mia varesinità. Che vuol dire soprattutto cultura del lavoro, e di lavoro ce n’è da fare tanto. Maniche rimboccate, serietà, impegno. Poi vedremo». Il pericolo è la sua inesperienza? Ma quale inesperienza. Ha girato tante squadre, guidandole dalla scrivania dopo
esser passato per magazzini e palestre, spogliatoi e campi di gioco. E fa il dirigente calcistico da quand’era diciannovenne. «Più di trent’anni di contributi – puntualizza – tanto che tra un paio di stagioni potrei andare in pensione». Pensione? Non scherziamo. Il bello s’è appena iniziato. Il bellissimo sarebbe di vincere lo scudetto al primo colpo. Tutto è possibile. Anche con questa Juve? «Questa Juve, così com’è, può dare il trenta-quaranta per cento in più dell’anno scorso». Ma questa Juve non resterà così com’è. Mancano tre-quattro giocatori in entrata, e ci si deve alleggerire d’un numero superiore in uscita. Con una certezza di fondo: «Delneri è l’allenatore giusto per ottenere da una squadra il rendimento migliore. È al tempo stesso esperto e moderno: un bravissimo organizzatore».Anche lui, anche Marotta, sa che cosa vuol dire organizzarsi e organizzare. Cominciò dal Varese di Bisson e di Colantuoni. Il resto è storia nota e raccontata. Sono note e raccontate le sue radici, alle quali l’ex bravo fioeu di Avigno tiene molto. Radici sportive e non solo. E la bizzarria del fato ci mette del suo, a riscoprirle. Rivela Beppe: «In questi giorni si è scritto dei trascorsi biancorossi e bianconeri, delle relazioni tra i due club con andirivieni di giocatori e allenatori. Per esempio di Piero Magni, bandiera di tutt’e due i club. Ecco, al cimitero di Casbeno, accanto alla tomba di mio papà, c’è proprio quella di Magni: non so se voglia dire qualcosa, ma non c’è bisogno di dire che qualcosa me lo fa pensare».Il sogno è anche questo. È ingenua poesia che filtra dalle pieghe della volgare prosa d’ogni giorno. E il sogno talvolta diventa realtà, come spiega quel pullman bianco, nero e oro con su scritto Juventus parcheggiato dove un tempo saliva la funicolare. E dove ieri è sceso Beppe Marotta, il varesino figlio d’un siciliano graduato della Marina. Quando si dice che l’onda del successo viene da lontano.
a.confalonieri
© riproduzione riservata











