Mille Nessuno del Piola Zittiscono i milionari

“Merde”, alla francese. O, come disse Cambronne-Bettinelli: anche dalla merda può nascere l’oro. Bastano 4 partite per cancellarne 40, se fai squadra. Basta remare tutti dalla stessa parte. Facendo le cose semplici (tutti nei loro ruoli), toccando le corde giuste, portando lo spirito del vivaio nel tuo gruppo: complicità, gioventù (d’animo), tutti uguali, la vita come un torello, il calcio come un gioco e i calciatori che alla fine sono soltanto uomini. Nei clacson spiegati dei mille varesini

che portano in trionfo Neto Pereira nel parcheggio del settore ospiti c’è quello che, negli ultimi due anni, era sempre mancato: andavi allo stadio e non sapevi che squadra avresti trovato. Adesso, sì. È il Varese di Bettinelli: se scivoli tu, ti sollevo io. Una squadra. È il Varese del suo pubblico: se, a un passo dalla fine, la gente non avrebbe messo in campo l’anima quasi con violenza non sarebbe arrivato il Betti. E, con lui, il Varese.

È una cosa grossa quella che sta succedendo: e non perché ci stiamo salvando. Ma perché da qui rinasce (ritorna) il Varese. Salvarsi in modo normale avrebbe salvato la stessa solfa e la vecchia storia. Così possiamo voltare pagina. Possiamo partecipare alla prossima serie B da neopromossi. Questo spirito, che poi è quello vecchio, e nuove facce. Venerdì prossimo, tutti dentro: a vincere per festeggiare la nostra seconda promozione in serie B. A modo nostro: con il Varese vero. C’è da emozionarsi. Questo clima che si è ricreato, impensabile a Cittadella, prepara una nuova fondazione biancorossa. Lo spirito, solo quello, ci terrà in B.

Non finisce mai. Il Varese si salva qui, si salverà così. Con sacrifici, riti, gnomi, fluidi, cuori così. Facce così. Gli onorevoli Marantelli e Giorgetti entrano in curva a braccetto. «Siamo arrivati da Varese sulla vecchia Punto grigia di mio papà Natale – dice Giancarlo – È un modo per portare anche lui». Per trascinarlo giù dal cielo, e fare giocare il cielo con noi. E Daniele, al telefono con Sisso Papini, racconta: «Ho segnato qui, sotto questa curva, il gol del 2-1 nell’angolino

con la nazionale parlamentari. Sangue e merda». Siamo noi, il Varese: sangue e merda. Stefano Amirante è partito da solo, con un pizzicotto nello stomaco: «Tra stanotte e domani divento papà». Si chiamerà Giorgio, ma se fosse stata una bimba avrebbe potuto chiamarla Salvezza. C’è Lele Bellorini, storico amico del Varese: «Abbiamo ingoiato tanti rospi. Adesso abbiamo più fame». Massimiliano Zanchini, esultando sull’1-0, si lussa una spalla. Ma è lì, resiste, non molla. Salta, soffre, cade ma non muore. A Varese siamo fatti così.

Prima trincea, poi esplosione. Tutti uniti dietro la palla, anzi: dentro la palla. La voglia. La maglia. Ely-Rea meglio di Chiellini-Bonucci (col Betti, non prendiamo più gol), Pavoletti alla Van Basten, Forte alla El Shaarawy e Bastianoni (nella foto) che, per l’umiltà e il sacrificio con cui si accartoccia in quella porta, ricorda Moreau. Pubblico violento per come ha voluto e vuole la salvezza. Quando siamo andati giù, si è capito che il Varese è solo suo: del pubblico. Salvarsi con Nessuno in panchina: strepitoso. Un Nessuno che si commuove parlando dei suoi ragazzi. E noi che ci commuoviamo per lui. “Merde”, che impresa il Betti.

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