Miriade di spese Per gli universitari è dura

Miriade di spese
Per gli universitari è dura

Più soldi per dedicarsi agli studi con più serenità. Ecco cosa chiedono gli studenti universitari varesini, secondo quanto emerge da uno studio promosso da Ottica Avanzi con metodologia Woa (Web Opinion Analysis) condotto su circa 150 studenti universitari di Varese, compresi tra i 19 ed i 26 anni, attraverso un monitoraggio on line sui principali social network, blog, community e forum, realizzato per verificare lo stato d’animo degli studenti residenti in città e capire le loro principali problematiche.

Una necessità, quella di avere più soldi, che secondo lo studio è da ricondurre al caro affitti (41%), all’aumento del costo dei libri (35%), alle spese di viveri e per quelle indirizzate alle attività sportive (25%) e al caro trasporti (23%).

Questo genera, a livello di stile di vita, una forte riduzione di spese legate alla propria persona (81%), ovvero per l’acquisto di abiti (75%), scarpe (60%) e accessori vari (49%) seguiti da prodotti hi-tech (39%), da regali per amici e famigliari (37%) e vacanze (29%).

«In realtà, gli affitti a Varese sono stabili per noi studenti – dice , studentessa fuori sede di scienze infermieristiche – da questo punto di vista Varese è una città molto vivibile: gli affitti non sono eccessivi, e praticamente non esiste il fenomeno degli affitti in nero, piaga di tante città universitarie». Il vero punto dolente, per i ragazzi dell’Insubria, è quello dei trasporti e, ancora di più, della pausa pranzo.

«I trasporti a Varese non sono organizzati benissimo – racconta , al quinto anno di medicina – e anche la scelta del campus a Bizzozero, così lontano dalla stazione, non aiuta chi, come me, viene da un paese della provincia a sud del capoluogo: prendere i mezzi significa impiegare il triplo del tempo per arrivare a casa».

Non solo, dice ancora Maria: «Alle 20 i bus si fermano, e questo non aiuta noi studenti. Per questo ci spostiamo spesso a piedi, o in bici. Chi può, con l’auto privata».

Anche la pausa pranzo diventa un problema: «La mensa a Bizzozero c’è, ma è troppo piccola per riuscire a soddisfare tutti – spiega , un altro futuro medico – i bar intorno offrono poco più di un panino, e comunque mai a meno di cinque euro. Una spesa che, sommata per tanti giorni di fila, comincia a pesare sul bilancio familiare. Ci sono, è vero, dei microonde nei padiglioni universitari, e c’è chi si porta il pranzo da casa. Ma sono ancora troppo pochi per tutti».

Sono tanti i ragazzi che decidono di lavorare per aiutare la famiglia, ma si tratta per lo più dei fuori sede. Chi vive vicino all’ateneo, però, il più delle volte decide di affidarsi alla famiglia, per restare più concentrato, accorciare i tempi di laurea e, di conseguenza, avvicinare l’ingresso nel mondo del lavoro.

Ma anche qui iniziano i problemi: «Chi studia medicina lo sa fin dal primo anno: i posti per le specializzazioni sono troppo pochi per tutti. Il rischio è di rimanere fermi almeno un anno prima di poter iniziare l’ultima parte del percorso», dicono Sara e Mattia.

Per tutti gli altri, il problema è legato, come sempre, alla crisi: «Le aziende fanno a gara per procurarsi gli studenti più preparati per gli stage. Sapere le lingue, meglio se non solo l’inglese, è un requisito fondamentale – racconta Maria – ma questo non significa che, alla fine, lo stage si tramuti in contratto. Anzi: il più delle volte ci si ritrova con un semplice “arrivederci e grazie”».

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