VARESE Quegli anni da incubo, pochi per fortuna, sono finalmente finiti per “Nadia”, che oggi vive a Varese con il suo bambino. Eppure, un segno profondo nella memoria di questa donna è rimasto. E probabilmente non se ne andrà mai, come qualche cicatrice sulla pelle. Aveva 17 anni quando è arrivata dalla Romania insieme a quello che credeva essere il suo fidanzato, e che, una volta arrivata in Italia, l’ha costretta a “lavorare” sulle strade di Milano. Come prostituta.Due anni di promesse, ma anche di violenze e di paura. Due anni durante i quali Nadia ha imparato a odiare l’Italia, un Paese che all’inizio le era sembrato pieno di possibilità e di brava gente ma del quale, in quei due anni di strada, Nadia ha suo malgrado scoperto il lato peggiore: quello dell’indifferenza della gente, della volgarità dei curiosi, della brutalità e della miseria dei “clienti”, che le facevano le richieste più assurde, a cui lei doveva sottostare per i soldi. Gli stessi soldi che il suo “fidanzato” pretendeva di incassare ogni mattina, quando lei ritornava a casa. Altrimenti erano botte.Ma tra i clienti di Nadia, non tutti si rivelano alla fine poi così indifferenti. “Giuseppe”, un uomo sui cinquant’anni, la prende in simpatia. A volte va da lei solo per parlare e per ascoltarla. Pagando, come per una prestazione. Un giorno Nadia si sfoga proprio con lui e gli racconta tutto: è incinta, il
suo fidanzato vuole farla abortire a tutti i costi, non sopporta più la vita di strada e vuole tenere ad ogni costo il suo bambino. Giuseppe promette di aiutarla. Cerca su internet, e trova il numero verde per le vittime di tratta. Risponde l’associazione Lule, di Abbiategrasso. Gli fanno molte domande su Nadia, riescono a organizzare un incontro tra lei e gli operatori che incontrano le ragazze come lei a pochi chilometri di distanza.Oggi Nadia è una mamma single, che lavora in un’impresa di pulizie e abita a Varese. Il suo bambino è nato mentre lei era in una comunità d’accoglienza vicino a Bergamo. Nadia è riuscita a vedere anche l’altra parte dell’Italia: il suo “fidanzato” è in carcere, gli operatori della rete delle varie comunità di accoglienza l’hanno aiutata a trovare un lavoro, a far nascere il suo bambino. A tornare ad essere una ragazza normale. Anche i diciotto mesi passati in comunità non sono stati facili. Soprattutto il primo mese in “pronto intervento”: «Passare da una prigione come quella imposta dal mio “pappone” alla comunità, dove per proteggerti ti impongono altre regole è stato meno facile di quanto potesse sembrare. E poi, trovare un lavoro normale, imparare a gestirmi da sola i soldi, la casa, tutto in poco tempo. Non è stata una passeggiata». Ma ora Nadia sta bene, e ringrazia ancora quel cliente che ha avuto il coraggio di fare una telefonata.Chiara Frangi
s.bartolini
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