«L’imputato non ha mai avuto autentico segno di pentimento. Anzi il suo comportamento denota esattamente il contrario. Se non le scuse formali ai familiari della vittima».
Sono 8 pagine lapidarie quelle depositate dal giudice per l’udienza preliminare di Varese Alessandro Chionna, che lo scorso 29 marzo ha co dannato Flavio Jeanne, 22 anni, cuoco, il pirata della strada che il 14 settembre 2016 ha investito e ucciso in via dei Mille a Varese Giada Molinaro, studentessa di 17 anni, che con il fidanzato e con la madre di quest’ultimo stava attraversando la strada poco dopo le 23 sulle strisce pedonali per tornare a casa. Jeanne, stando a quanto scrive il giudice, non soltanto non si pente: ma mente ai genitori e chiede alla fidanzata di mentire a sua volta. Il giudice nelle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna sei anni di Jeanne, sottolinea diversi aspetti. Il primo: Jeanne, arrestato il 19 settembre, cambia versione cercando di dare la colpa a Giada.
«L’imputato – spiega il gup – ha dichiarato in seconda istanza che la giovane si è slanciata in mezzo alla strada mentre gli altri due pedoni indietreggiavano verso il ciglio della strada». Jeanne avrebbe cercato di dare parte della colpa a Giada. «Fatto smentito – scrive il giudice – dalle testimonianze raccolte dagli inquirenti. Così come è smentito il fatto, asserito dalla difesa, che la ragazza potesse essere al telefono. Non c’è alcun riscontro su questo dettaglio». Non solo: Jeanne
mente a tutti stando a quanto riportato dal giudice. Mente al padre «al quale dice di aver investito un cinghiale», versione che riporterà anche al carrozziere dal quale si reca il giorno successivo per fare subito riparare la sua Kia Rio «cercando così di nascondere l’accaduto», scrive il Giudice, sia alla fidanzata, inizialmente. Jeanne si presenta infatti in stazione a prendere la fidanzata che agli inquirenti spiega: «mi è sembrato stano che fosse venuto a piedi e non in auto».
Alla ragazza poi Jeanne chiederà «di confermare la versione del cinghiale con i genitori». I familiari del pirata sono essi loro stessi vittime dell’inganno del figlio sino all’arresto del giovane. Infine la velocità. Jeanne era ampiamente al di sopra dei limiti. «La “scatola nera” sull’auto registra – scrive il giudice – che dopo l’impatto la velocità di percorrenza era scesa a 53 chilometri orari. Salvo poi immediatamente risalire a 83 chilometri orari».
Per la fuga a tutto gas. «Sempre al di sopra dei limiti di velocità imposti dal codice». Jeanne correva e correva parecchio quando ha investito Giada dunque. Il giudice infine si conferma sulla confessione del pirata.
«Il difensore – scrive il giudice – ha parlato di confessione spontanea. Ma si tratta di un’ammissione tutt’altro che spontanea. Jeanne ha parlato dopo che i carabinieri lo avevano arrestato nelle vicinanze della pizzeria in cui lavorava. Ha confessato quando ormai aveva capito che i carabinieri avevano tutti gli elementi necessari. E ha cancellato messaggi e cronologie sul suo cellulare con l’evidente intenzione di cancellare qualcosa considerato per lui pregiudizievole». Ora la procura potrà valutare un eventuale ricorso vista la richiesta di pena a 7 anni e 8 mesi tradottasi in una condanna a 6 anni.













