Niente soldi dopo l’alluvione «Inizio lo sciopero della fame»

VARESE Il risarcimento non arriva e inizia lo sciopero della fame. La decisione choccante dell’imprenditrice varesina Anne-Alexandra Bacchetta, vittima dell’alluvione che colpì la città quasi tre anni fa e che da domani, per dieci ore al giorno, metterà in atto l’estrema protesta davanti alla prefettura. «Combatto per i miei diritti, ma anche per quelli di tutti gli altri cittadini onesti». La vicenda risale al 15 luglio 2009: alle 8.15 sul Relais Ca’ dei Santi, gestito da Bacchetta e dai genitori, si abbatte un’onda di detriti, acqua e fango. «Il muro di cinta della Villa Toepliz è crollato riversando tonnellate d’acqua e detriti proprio di fronte alla collina dei Molini Grassi che, disboscata un anno prima, è crollata riversandosi nell’Olona». In pochi minuti il Ca’ dei Santi viene distrutto.«Ci siamo salvati per miracolo – ricorda Anne Alexandra – l’impeto dell’urto ha persino divelto le porte di sicurezza. La nostra attività, che è una chicca per l’hotellerie varesina, è stata inondata fino a un metro e mezzo di altezza in ogni locale. Poi siamo stati abbandonati a noi stessi, nemmeno la protezione civile è venuta a darci una mano». Oltre al danno, la beffa. L’assicurazione non vuole risarcire, nonostante sia stata stipulata un’estensione assicurativa in aggiunta alla polizza classica, «una scelta ovvia visto che ci troviamo vicino a un fiume». Tentate tutte le strade, da quelle istituzionali a quelle informali, dalle richieste in carta bollata alle mail private per riuscire a ottenere un risarcimento per la calamità naturale. «Ci è stato persino detto che il nostro non è un caso che fa scalpore, perché i danneggiati sono pochi e non c’è stato nessun morto». Promesse e silenzi che, a 32 mesi

di distanza, suonano come una presa in giro.Roma e la Regione si rimpallano la vicenda, ma il problema è uno solo: «I fondi non ci sono».«Negli stessi anni, i nostri bei politici si sono ingrassati e continuano a farlo, con i soldi dei cittadini. Di fronte a questa vergogna che è inaccettabile, ho deciso di iniziare lo sciopero della fame per vedere se a Varese bisogna morire per far valere i propri diritti».La protesta andrà avanti finché i danneggiati non verranno risarciti. «È l’unica cosa che posso fare. I miei genitori, che con me hanno messo tutto nell’attività, sono provati e mia figlia è troppo piccola, sono l’unica che può fare qualcosa, se non lo faccio non potrò assicurarle un futuro».L’alluvione ha messo in ginocchio un’attività che allora era a pieno regime. «All’epoca mi arrivò dal Ministero una chiamata che mi rassicurava: «Signora tenga duro, non licenzi nessuno perché i fondi arriveranno».Per poter pagare i dipendenti, che da allora non hanno perso una mensilità, è stato ottenuto un prestito dalla banca.«Avremmo potuto chiudere tutto, mandare tutti a casa, invece abbiamo pagato le tasse e una parte dei fornitori e, per poter fare questo, abbiamo persino venduto la nostra abitazione. Saremo costretti a vendere anche la casa dei miei al Sacro Monte».Dopo i quattro mesi impiegati per rimettersi in sesto, il lavoro è ripreso, ma i debiti stanno diventando ingestibili.«Sarei anche disposta a cedere l’attività a un prezzo veramente interessantissimo. Pago i debiti e tolgo il disturbo, vado in Francia dai parenti con mia figlia». «Sono preoccupatissima – dice la madre di Anne Alexandra – i motivi del suo gesto sono giusti, ma ho paura per lei». Laura Botter

s.bartolini

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