«No ai tre mesi di proroga». Binda davanti al Riesame

Caso Macchi - Il 18 maggio l’udienza per il quarantontenne in carcere da gennaio con l’accusa di aver ucciso Lidia

davanti al Tribunale del Riesame: il quarantanovenne di Brebbia arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver uccisoha una seconda occasione per tornare libero. L’udienza davanti ai giudici milanesi è fissata per il 18 maggio. I legali di Binda, e , hanno presentato ricorso contro la proroga di tre mesi della misura di custodia in carcere a carico del loro assistito concessa dal gip di Varese su richiesta del sostituto procuratore generale di Milano che coordina l’indagine condotta dalla ora dalla squadra Mobile di Milano, con l’applicazione al caso degli agenti della Mobile di Varese che hanno da subito seguito l’inchiesta.«L’estensione della misura di custodia cautelare è relativa ad uno soltanto dei tre principi cardine che la possono giustificare – ha brevemente commentato Martelli – In particolare la proroga è fondata sul rischio di inquinamento delle prove da parte del nostro assistito». Accantonati il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato, Binda in 29 anni non si è praticamente mai allontanato da Brebbia e a suo carico non sono emersi episodi di condotte violente, l’accusa si è concentrata su quello che, anche nell’ordinanza che ha portato Binda in carcere a gennaio, è considerato l’elemento forte sul quale fonda la misura di custodia detentiva. Lidia Macchi, la giovane studentessa varesina di 20 anni, uccisa il 5 gennaio 1987 il cui corpo fu ritrovato due giorni dopo, straziato da 29 coltellate, e Binda

erano stati compagni di liceo e, all’epoca dei fatti erano amici. Entrambi frequentavano gli ambienti varesini di Comunione e Liberazione, entrambi erano stati attivisti di Gioventù Studentesca. Binda già all’epoca faceva uso di droga, eroina. Una dipendenza che, a fasi alterne, si era portato dietro sino a sei anni fa, quando si disintossicò definitivamente. Questa sua dipendenza avrebbe spinto i vecchi amici di Cl ad allontanarsi da lui. Sino all’estate scorsa quando, dice il Gip nell’ordinanza, Binda, saputo di essere indagato per l’omicidio di Lidia, li ricontattò. Un contatto “interessato” secondo gli inquirenti: tutti i vecchi compagni di Binda e Lidia erano infatti stati sentiti in seno all’inchiesta quali testimoni e, per l’accusa, Binda li ricontattò per avere informazioni. E forse, dice sempre il gip, per esercitare pressioni su di loro tanto che il sostituto pg Manfredda aveva sentito lo scorso 15 febbraio i testi principali in sede di incidente probatorio. La Cassazione aveva già dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai legali del quarantanovenne con il quale si chiedeva la scarcerazione. Ora i legali hanno impugnato l’estensione dei termini di custodia cautelare. Se il Riesame accogliesse il ricorso Binda tornerebbe libero. La proroga di tre mesi concessa dal gip scadrà in ogni caso a luglio. Intanto gli inquirenti continuano con gli interrogatori: sarebbero stati ascoltati anche gli operatori della comunità dove Binda si disintossicò. L’autorità giudiziaria parrebbe interessata a ricostruire gli ultimi 30 anni di vita dell’indagato.