«Non bisogna piangere ma ricostruire. Il Friuli è così»

Quarant’anni dopo - L’ex commissario straordinario Zamberletti ieri nelle terre del terremoto

«Furono i sindaci a vincere ricostruendo dalle macerie e sconfiggendo l’Orcolat, l’orcaccio, così i friulani avevano battezzato 40 anni fa quella catastrofe». , varesino di 87 anni, padre della Protezione Civile, sanatore e ministro, fa scattare l’accendino. Il clic si sente al telefono, mentre la giornata volge al termine. «Una giornata dedicata ai ricordi di quei giorni e alla celebrazione di questa gente e di quello Stato», dice Zamberletti che ieri era al fianco del Presidente e che il Friuli (tra Gemona e Venzone

è Friuli, la Venezia Giualia sta giù dove c’è il mare) ha salutato come un eroe. Aspira una boccata e commenta: «Adesso non fumo più, doveva conoscermi allora. Ero famoso perché avevo sempre una sigaretta tra le labbra». Lucido ed efficiente come lo fu 40 anni fa Zamberletti ricorda, quel 6 maggio del 1976, la telefonata che ricevette da : «Mi disse “guarda, la situazione in Friuli è molto più grave del previsto. D’accordo con (Ministro degli Interni) ti abbiamo nominato Commissario straordinario”».

«Nel pomeriggio, con un volo da Ciampino – prosegue Zamberletti – ero a Campoformido e poche ore dopo sul luogo del disastro». Racconta, l’ex commissario straordinario, di una giovane donna che per lui incarna lo spirito di un popolo che tra le macerie disse: «Non bisogna piangere ma ricostruire».
E andò così. Mille morti, una valle rasa al suolo, dieci anni dopo, nel 1986 il bilancio tra edifici abbattuti dall’Orcolat e ricostruiti da quegli uomini di tempra era in pari.
«Requisimmo 25mila roulotte per poter dare un tetto agli sfollati – ricorda Zamberletti – Quando furono restituite non c’era una lira di danni e i friulani dentro ci avevano lasciato mazzi di fiori per ringraziare». La sigaretta è finita e forse, tra i fruscii della moderna telefonia mobile, si coglie un istante di commozione.
«A Natale 1976 feci una visita agli anziani e ai giovani che avevamo traslocato nelle località di villeggiatura – continua il padre della Protezione Civile – Una vecchietta a Lignano mi venne incontro con un tappeto: “Le ho ricamato il castello di Gemona com’era prima del terremoto – mi disse – lei non lo ha potuto vedere e noi non lo rivedremo più’’. Mentendo dissi di non preoccuparsi che il castello lo avremmo ricostruito – dice Zamberletti – Dopo 40 anni il castello è stato ricostruito. Avevo mentito, ma dopo tanto tempo quella menzogna è diventata verità».
Zamberletti è uomo asciutto, uomo del fare, l’uomo giusto in quel posto terribile tutto da ricostruire. Non sbava mai nei ricordi e non indugia su un dolore che chiunque può immaginare se pensa alla terra che si apre ingoiandosi la vita e il futuro. E ricorda il ruolo fondamentale della brigata alpina Julia: «Quando decidemmo di trasportare centinaia di migliaia di residenti nelle località di Grado, Lignano, Bibione e Caorle, nelle varie riunioni dovetti portare con me il Generale comandante della Julia – racconta – I friulani credettero più a lui che a me. Fu così che li convincemmo a lasciare le loro terre fino alla primavera successiva».
Infine il ruolo delle istituzioni locali: «I sindaci – dice Zamberletti – che fattivamente coordinarono tutte le forze in campo. E il presidente della Regione Antonio Comelli, un amministratore a tutto tondo che profondamente conosceva il suo popolo. Di situazioni tragiche ce ne furono a migliaia, oggi guardando tutto questo preferisco raccontare quelle belle. Quelle costruite da uomini fermi, decisi e capaci». Uomini come lui.