Parla Damonte, il doriano castiga Samp «Non volevo tirare nella curva genoana»

VARESE Un solo pensiero: non spedirla nella nord, la curva del Genoa. Loris Damonte, quando venerdì gli è arrivata quella palla da sinistra firmato Carrozza, ha avuto il tempo di un’unica preoccupazione: «Tienila bassa – mi son detto -. Buttala ovunque, ma non in curva». La sfera si è perfino infilata nella porta doriana. L’unica, forse, che non avrebbe mai

immaginato (o desiderato) di riuscire a violare. Damonte – ventenne di Arenzano – era un bambino che già a tre-quattro anni papà Gianluca portava a Marassi per tifare Samp. «Da piccolo – ricorda il centrocampista biancorosso – impazzivo per Gullit». Poi, però, la sua formazione calcistica, dagli esordienti alla primavera, è targata Genoa. Ma la Doria resta la squadra del cuore.

Il giorno dopo è tutto un fiorire di complimenti e strette di mano. «Perfino Stefania, la mia maestra delle elementari – racconta quasi incredulo Damonte – mi ha lasciato un messaggio su facebook. È una giornata speciale». Chissà se pure papà Gianluca, il doriano, ha sorriso. «Certo che lo ha fatto – spiega il mediano del Varese -: mi ha detto di aver esultato come non aveva mai fatto per nessun gol prima. Anche per quelli della Samp».

E pensare che le voci davano proprio Damonte in procinto di passare al Pavia. «Roba giornalistica – taglia corto lui -. Mai pensato di andar via e il direttore Milanese non mi ha mai lasciato pensare che il Varese non contasse su di me. Anche quando sono finito in tribuna». Una rondine non fa primavera, ma le quotazioni di questo dinoccolato

ragazzo ligure, messosi in luce all’Alessandria nelle due scorse stagioni, si consolidano. «Che cosa posso dare al Varese? Io sono un centrocampista tendente al difensivo. Venerdì a Marassi mi son trovato su quella palla di Carrozza perché giocavo un poco più avanzato e perché ho visto un buco in cui infilarmi. Ma è un episodio: è Maran che sceglie dove devo andare».

Già, il mister: ma in che cosa questo Varese è figlio di Maran? «Nel temperamento – risponde Damonte -. È un allenatore caldo, che trasmette carica. Diciamo che gli piace che la squadra, oltre alla presenza tecnica, ci metta personalità. E credo che questo Varese stia facendo vedere un po’ tutte queste cose». Come a Marassi? «Sì – risponde convinto Damonte -. Io in quello stadio ci avevo giocato solo da bambino, una volta, la finale del torneo dedicato a Vincenzo Spagnolo (tifoso genoano morto accoltellato prima di un Genoa-Milan del ’95). Vi assicuro che, pure se la curva sud non è del suo umore migliore, essere in mezzo al campo fa paura. Il Varese ha tenuto la partita in mano per novanta minuti e la vittoria è la conseguenza di questa supremazia».

Dove arriverà questa squadra? Damonte sposa il basso profilo che il club sfoggia in ogni occasione, nonostante la zona playoff a fine stagione non sia un sogno da folli. «Salvezza prima di tutto – dice lui -. Abbiamo 31 punti, se per metterci al sicuro dobbiamo arrivare a 50, ce ne mancano 19. Poi sarà quel che sarà». E se il Varese dovesse assomigliare a una Samp del passato? Damonte cambia registro e scopre un poco le carte, anche se ancora per gioco. «Ho amato tante diverse squadre. Però – conclude ridendo il mediano biancorosso -, dico che sarebbe bello assomigliasse all’ultima Samp capace di salire in serie A, quella del 2003 targata Walter Novellino».

Luca Ielmini

s.affolti

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