Roma, 15 apr. (Apcom) – Le varie anime del Pd schierano le truppe in vista della direzione di sabato, il primo vero confronto interno dopo le elezioni regionali, e il segretario Pier Luigi Bersani deve fronteggiare le richieste di un ‘cambio di linea’ che arrivano dalla minoranza e che mettono sull’allerta i maggiorenti della sua mozione, per niente disposti a mettere in
discussione la strategia uscita dal congresso. La minoranza, per quanto articolata al suo interno, si ritrova intorno alla richiesta di un azzeramento della linea del Pd; l’area che si raccoglie intorno al segretario, a cominciare dai dalemiani, mette subito un paletto: il congresso è finito, la linea è quella uscita da lì, semmai, terminata la campagna elettorale, bisogna cominciare ad attuare l’impianto congressuale.
Franceschini ieri ha cercato di convincere il segretario a dare qualche ‘segno’ percepibile già da sabato, sottolineando che se ciò non accadrà parte della minoranza è pronta ad dare battaglia. Oggi, all’assemblea dei parlamentari di Ad, Franceschini pur giocando il ruolo di ‘moderatore, ha usato toni che hanno irritato il segretario: ha richiamato il “progetto originario” del Pd; ha chiesto una reale co-gestione del partito, perché “la gestione unitaria non significa sostenere
chi ha vinto ma che insieme si definisce una linea che fa
sintesi”; quindi, ha affondato sul risultato elettorale, sostenendo che il “Pd è circoscritto alle regioni rosse”. Altri hanno detto di più: Antonello Soro ha esplicitamente chiesto di tornare alla “vocazione maggioritaria”, dal momento che la linea del congresso “è uscita sconfitta dal voto”; Giuseppe Fioroni ha spiegato che “non c’è elasticità che possa trasformare una sconfitta in una vittoria”; Walter Verini chiede di tornare “al progetto originario”, dando una identità “riformista” al Pd; Marina Sereni aggiunge che “il voto è andato male, ma parlare di Lingotto non basta, perché nemmeno noi siamo stati capaci di attuare quel progetto”.
(segue)
Adm/Gal
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