Piccolomo, due testi lo accusano di avere cercato di farsi un alibi

Piccolomo, due testi lo accusano di avere cercato di farsi un alibi

VARESE Non solo imputato per l’omicidio di Carla Molinari, ma forse anche presunto mandante del fratello Antonio, inviato presso conoscenti per cercare di orientarne le testimonianze e costruirsi così un alibi in vista del giudizio in Corte d’assise: il processo in corso a Varese a carico di Giuseppe Piccolomo svela ad ogni udienza un dettaglio in più della complessa personalità dell’uomo accusato di uno degli omicidi più efferati avvenuti nella nostra provincia.

E man mano che il processo si avvicina alle battute finali, la sua posizione sembra aggravarsi. Ieri Pippo aveva annunciato di volere fare spontanee dichiarazioni: ma visto l’andamento non proprio favorevole, vi ha rinunciato, rinviando alla prossima udienza la lettura di quello che si annuncia come un vero e proprio memoriale, un manoscritto redatto su un maxi quaderno di suo pugno nel corso della sua permanenza in carcere ormai da un anno e mezzo.

Quella di ieri doveva essere sulla carta una giornata nella quale la sua difesa (avvocato Simona Bettiati) avrebbe dovuto far segnare due punti a proprio favore, grazie alla deposizione di due testi che avebbero dovuto testimoniare che Piccolomo aveva graffi sul volto anche prima del 5 novembre 2009, giorno dell’omicidio: particolare non secondario, dato che la procura varesina ritiene che il taglio delle mani alla vittima sia stato dettato dalla necessità dell’omicida di far sparire tracce organiche da sotto le unghie della donna. Ma il tutto si è concluso con un «non ricordo».

Più significativi, ma ancora una volta contro Pippo, i testi che il pm Luca Petrucci ha chiesto di sentire nel pomeriggio. Sostengono di essere stati avvicinati da Antonio Piccolomo (indagato per favoreggiamento) che avrebbe chiesto loro di testimoniare a favore del fratello.

Così Giuseppe Rizzone, 65 anni, il calzolaio del centro commerciale di Cocquio Trevisago:«Antonio è venuto nel mio negozio e mi ha chiesto se potevo aiutare questo ragazzo, Pinuccio, cioè Pippo. Gli ho risposto che avevo già detto quello che avevo da dire alla polizia, e che se Pippo aveva sbagliato era giusto che pagasse. Questa richiesta mi ha fatto arrabbiare a tal punto che ne ho parlato con diverse persone, tra cui anche Tina Piccolomo, figlia di Pippo».

Ancora più gravi le dichiarazioni di Francesco Leggio, 65 anni, di Caravate: «Ho ricevuto a casa la visita di Antonio Piccolomo, mi ha detto che lo mandava suo fratello Pippo. Mi ha chiesto se potevo testimoniare che quel giorno là (dell’omicidio, il 5 novembre 2009, ndr), io stavo con Pippo. Volevo buttarlo fuori casa, ma sono stato gentile, gli ho spiegato che non volevo fare falsa testimonianza, che tra l’altro proprio in quel periodo ero in ospedale a Gallarate. L’ho accompagnato alla porta e l’ho ammonito di non ripresentarsi mai più a casa mia con queste richieste».

Franco Tonghini

f.tonghini

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